Tag impero16 Settembre 2008
Emiliano Brancaccio
Avevano nei giorni scorsi giustificato il tracollo di Fannie e Freddie con la classica litania dei carrozzoni a partecipazione pubblica, protetti dal governo federale americano e inquinati dalle solite clientele politiche. Poi però la crisi si è nuovamente spostata al centro del capitalismo privato americano, e gli ultras del liberismo sono rimasti per l'ennesima volta a corto di argomenti. Lehman Brothers, una delle quattro banche d'affari più grandi del listino di Wall Street, ieri ha dichiarato fallimento. Cade dunque un altro importantissimo mattone dell'immenso domino finanziario globale, e c'è da ritenere che diversi altri nei prossimi mesi subiranno una fine analoga.
Lehman rappresenta una delle massime interpreti del famigerato "subprime capitalism", vale a dire il sistema che nel corso degli ultimi anni ha stravolto e reinventato il circuito monetario dei crediti, dando luogo a quella che potremmo considerare una sofisticata istituzionalizzazione del meccanismo dell'usura. La logica dei subprime ha infatti per lungo tempo funzionato così. Prendi un lavoratore americano, di norma residente in un sobborgo periferico e già abbastanza carico di debiti e di pignoramenti. Fregatene della sua elevata probabilità di insolvenza e offrigli mutui e carte di credito a tassi particolarmente alti. Quindi spezzetta in mille parti i debiti del tizio in questione, trasformali in titoli e diffondili in ogni angolo del globo, con il prestigioso marchio della banca d'affari emittente posto in bella mostra sulle cedole. Strozza finché puoi il lavoratore, fallo andare sulla giostra dei tassi variabili, costringilo a doppi turni, tripli lavori e tagli progressivi al suo tenore di vita. Distribuisci i dividendi ai possessori dei titoli e poi, quando il tizio andrà in bancarotta, poco male: che si faccia avanti il prossimo working poor afflitto da un salario reale in caduta libera fin dai tempi di Carter. Applicando questa procedura le grandi banche d'affari americane hanno convinto migliaia di operatori finanziari a comprare questi titoli, al tempo stesso bollenti e patinati. Fondi cinesi, russi, giapponesi e pure tanti istituti europei hanno fatto incetta di subprime, rassicurati dall'idea che un pezzettino di rischio per ciascuno non avrebbe fatto male a nessuno. Ma le cose non stavano così. Lo strozzinaggio su larga scala aveva le sue crepe, che si sono trasformate in voragini man mano che i pezzetti di rischio andavano cumulandosi, che i potenziali lavoratori da incravattare andavano esaurendosi, e che le garanzie poste alla base di quei debiti cominciavano a perdere di valore. Il risultato finale è che i massimi finanzieri di Wall Street potrebbero a questo punto esser seduti su una montagna di crediti che valgono carta straccia. E non si capisce chi pagherà adesso la corrispondente montagna di debiti che essi hanno contratto con il mondo. Una situazione, questa, che avrà inevitabili effetti a catena: basti pensare ai contratti di copertura del rischio di cambio che il Ministero del Tesoro italiano ha lungamente contratto con Lehman per la collocazione di titoli pubblici sulla piazza americana, e che ora rischiano di non poter essere onorati. Siamo insomma di fronte alla ennesima, contraddittoria torsione del capitalismo deflattivo del nostro secolo. Da tempo questo sistema impone a tutti i paesi del mondo una politica di schiacciamento dei salari e della domanda interna, e li costringe a cercare sbocchi commerciali all'esterno dei propri confini. Gli Stati Uniti hanno agito per anni da spugna assorbente, domandando ben al di là di quel che potevano acquistare. E questo non certo in virtù di una politica di alti salari, ma al contrario grazie a una spaventosa esplosione di spese finanziate con debiti, che negli ultimi tempi hanno coinvolto anche e soprattutto la classe lavoratrice. Con il diffondersi delle insolvenze tra i lavoratori il sistema è andato in stallo, e adesso si prevedono due diverse vie d'uscita. La prima è quella "capitalistica pura": si lasciano le banche al proprio destino, le più fragili ed esposte falliranno o verranno assorbite, e assisteremo a una ulteriore accelerazione del processo in corso di centralizzazione dei capitali mondiali in poche mani. Questa soluzione trova però un ostacolo nel fatto che gli assetti proprietari e di controllo del capitale finirebbero per subire un vero e proprio terremoto. Per esempio, la finanza asiatica sembra esser tra le poche attualmente in grado di ricapitalizzare gli istituti bancari, soprattutto americani ma in parte anche europei. Non sarebbe certo la prima volta, beninteso, ma in questa occasione l'intervento necessario ai salvataggi potrebbe rivelarsi di tali proporzioni da rendere inevitabile l'ingresso dei cinesi nelle stanze dei bottoni di Wall Street e della City, dalle quali sono stati finora tenuti accuratamente alla larga. Ecco allora che alcuni guru della finanza statunitense ed europea iniziano a levare alte le voci sul pericolo di una recessione globale, e sul rischio conseguente di una reazione neo-protezionista. La diffusione di queste paure verte su un preciso obiettivo strategico: spianare la strada a una soluzione "assistita", ossia basata su un intervento pubblico che permetta di scaricare sui contribuenti occidentali il peso dei rifinanziamenti bancari e che eviti eccessivi scossoni negli assetti di controllo. Quello che suscita maggiori preoccupazioni, comunque, è che in entrambi i casi il sistema scaricherebbe il peso dell'aggiustamento sulle spalle dei lavoratori e delle categorie sociali più deboli: o attraverso la recessione e la disoccupazione, o tramite un aumento dei carichi fiscali sul lavoro e delle iniezioni di liquidità pubblica a sostegno del capitale privato in crisi, oppure ancora attraverso una combinazione intermedia delle due soluzioni. Nella storica emergenza in atto, insomma, i lavoratori restano al tempo stesso la variabile residuale per eccellenza, pressata sul piano economico e silente sul piano politico. Un paradosso, questo, dal quale non si uscirà né a breve né in modo necessariamente pacifico.
26 Agosto 2008

di Claudio Grassi su Liberazione del 26/08/2008
Sono passati quasi sette anni da quando gli Stati Uniti e la Nato decisero di invadere l'Afghanistan, con il pretesto (che oggi tutti riconoscono come tale) della lotta al terrorismo e con il paravento insopportabile dell'esportazione della democrazia. Eravamo sull'onda emotiva degli attentati dell'11 settembre 2001 negli Usa, e non fu difficile indicare in Osama bin Laden e nel regime dei talebani i mandanti di quegli spaventosi attentati. Sono passati quasi sette anni da quando gli Stati Uniti e la Nato decisero di invadere l'Afghanistan, con il pretesto (che oggi tutti riconoscono come tale) della lotta al terrorismo e con il paravento insopportabile dell'esportazione della democrazia. Eravamo sull'onda emotiva degli attentati dell'11 settembre 2001 negli Usa, e non fu difficile indicare in Osama bin Laden e nel regime dei talebani i mandanti di quegli spaventosi attentati. Rifondazione Comunista ed il movimento contro la guerra manifestarono da subito la loro contrarietà a quella che si presentava chiaramente come una guerra di occupazione per controllare un Paese reso essenziale nello scacchiere internazionale dalla presenza di gasdotti e oleodotti che collegano gli Stati ex-sovietici dell'Asia centrale con l'India e il Pakistan. Nessuno di noi allora credeva che quella guerra avrebbe aiutato a sconfiggere il terrorismo e a portare la democrazia. Ma nessuno di noi poteva pensare a quello che oggi è l'Afghanistan: il teatro devastato di episodi di guerra, violenza e razzia che, ogni giorno, confermano le nostre ragioni. Ma cosa sta accadendo realmente in Afghanistan? Dopo una prima fase in cui i talebani apparivano militarmente sconfitti (ancorché sempre forti sul terreno politico e sociale), ora assistiamo ad una loro offensiva che arriva a lambire la stessa capitale Kabul. Forti dell'alleanza con gli ex signori della guerra, i talebani hanno intensificato le loro operazioni di guerriglia, con un consenso - in primo luogo nelle aree rurali, tradizionalmente conservatrici - che cresce proporzionalmente allo scatenarsi della violenza. Violenza talebana e violenza delle forze di occupazione. E' corretto parlare di una teoria senza fine di stragi di civili. La penultima è quella di giovedì nella provincia di Helmand dove alcuni razzi partiti da carri armati inglesi hanno centrato una festa di matrimonio, provocando oltre dieci morti, tra cui numerose donne. L'ultima è quella di venerdì: un bombardamento delle forze della coalizione sotto il comando statunitense nella provincia occidentale di Herat ha causato quasi ottanta civili dei quali - secondo il ministro degli Interni afgano - cinquanta erano bambini sotto i 15 anni. E' una strage infinita, quotidiana, che interroga il buon senso, la coscienza civile dei Paesi che, come l'Italia, continuano a sostenere politicamente e militarmente questa impresa bellica. Alle proteste della popolazione afghana scesa in strada in varie città del Paese, e del presidente Hamid Karzai che ha parla di «martirio» ha fatto seguito, con un'arroganza intollerabile, la presa di posizione delle forze a guida Usa di Enduring Freedom che ha teso a negare la morte di civili. Negando l'evidenza, negando la nuda e incontestabile realtà dei fatti. Fatti che dicono che, contemporaneamente, in Afghanistan si sono intensificati negli ultimi mesi gli attacchi verso i contingenti militari stranieri: solo nel mese di agosto sono state quarantuno le vittime tra le forze internazionali, a dimostrazione di come sia ben lontana la stabilizzazione e la pace. Come nel caso - negli ultimi sette giorni - dell'uccisione di dieci militari francesi, vittime di un'imboscata, o come nel caso del ferimento dei tre italiani colpiti da un'esplosione mentre si trovavano a bordo del loro mezzo a circa venti chilometri da Kabul. Questi due attacchi, in particolare, sembra che abbiano riacceso, in Francia e nel nostro Paese, il dibattito sull'utilità della missione militare. Un recente sondaggio realizzato dall'istituto di indagini statistiche Csa e pubblicato dal quotidiano Le Parisien rivela che il 55 per cento dei francesi vorrebbe il ritiro dei militari dall'Afghanistan. In Italia maggioranza e opposizione (parlamentare) concordano nel mantenere la missione militare. Lo stesso Fassino, ministro ombra degli Esteri, dichiarando che «i paesi democratici hanno mandato i loro soldati in Afghanistan per liberarlo dalla violenza dei talebani e dal terrorismo, e non per atterrire la popolazione civile provocando vittime innocenti» si ostina a confermare la "ragione" scatenante l'aggressione militare. Ed il ministro della difesa La Russa, in merito al preannunciato ritiro di 500 militari italiani previsto entro il mese di ottobre, ammette che «è stato chiesto di mantenere qualcuno in più a Kabul» facendo presagire un maggiore coinvolgimento italiano, peraltro in un contesto militare mutato. Noi continuiamo ad affermare le nostre ragioni: la missione a guida Nato è stata un fallimento da un punto di vista politico e militare. La guerra non potrà portare mai né pace né democrazia. Ciò che serve è solo la discontinuità. Una discontinuità reale che porti al ritiro delle truppe italiane (e di tutte le truppe di occupazione) come condizione necessaria per avviare un vero processo di pace.
27 Settembre 2007

Mc Donald's, dipendente licenziata perché sindacalista
di Roberto Farneti
su Liberazione del 26/09/2007
Pagliaccetti sorridenti per i bambini-clienti, ma pugno di ferro nei riguardi dei dipendenti: è questo il vero volto della Mc Donald's, la multinazionale americana del "fast food". Ne sa qualcosa Giovanna Càllipo, delegata della Filcams Cgil presso uno dei 50 ristoranti Mc Donald's di Roma, quello situato nel centro commerciale di Cinecittà 2. Dopo 16 anni passati a preparare panini, senza peraltro avere mai avuto problemi, nel giugno scorso la sindacalista si è ritrovata da un giorno all'altro senza lavoro, con due figli a carico e una madre invalida. E' stata infatti licenziata con effetto immediato a causa di uno scambio di vedute, neanche troppo acceso, con uno dei suoi "capetti". Immediata la reazione della Filcams che, tra giugno e luglio, ha organizzato tre scioperi cittadini ben riusciti, messi in atto negli orari serali. La novità positiva è che il tribunale, di recente, ha ribaltato il parere negativo del pretore sul ricorso d'urgenza presentato da Giovanna, ordinando all'azienda il reintegro della lavoratrice e il pagamento delle spese legali. Lei, però, è ancora in attesa di riprendere il proprio posto. «Quel giorno - racconta a Liberazione - ero in postazione toaster. Non c'erano neanche molti clienti ma il dirigente comunque mi pressava, tanto che a un certo punto si era messo a chiedere panini in continuazione. Ho obiettato che ciascun panino ha bisogno del suo tempo per essere preparato. Così ne è nato un diverbio, durante il quale - precisa - non ho offeso nessuno e che, però, è stato preso a pretesto per licenziarmi». Non c'è bisogno di essere degli esperti di diritto per cogliere l'evidente sproporzione tra la dinamica dei fatti e la decisione dell'azienda. «Potevano limitarsi a una sanzione "conservativa", una multa o al massimo la sospensione per un giorno. Invece hanno voluto colpire il sindacato, dare un segnale», accusa Gabriele Simoncini, segretario della Filcams Cgil del Lazio. Insomma, l'unica "colpa" di Giovanna sembra quella di essere una "rompiscatole", ovviamente dal punto di vista dei padroni, essendo molto attiva sul fronte sindacale. «Grazie alla sua voglia di giustizia - riferisce Simoncini - è riuscita ad evitare molti soprusi da parte dei "capetti" del McDonald's, ragazzi di 20 anni che non hanno esperienze dirigenziali ma solo la spocchia di chi ha troppo presto il potere in mano. Questo però le ha comportato inimicizie con i superiori, che non hanno nascosto il loro malcontento per quanto la nostra delegata stava facendo». Da brava sindacalista, Giovanna non ha mai perso la voglia di lottare («i miei colleghi mi sono stati molto vicini, non mi aspettavo - sottolinea - tanta solidarietà») anche se la botta è stata dura: «Mi è crollato il mondo addosso - ammette - sinceramente non mi aspettavo una cosa del genere dopo tanti anni di onesto lavoro e senza avere mai subito richiami disciplinari». E adesso? «Per me - risponde Giovanna - è importante tornare lì, nello stesso punto vendita di Cinecittà 2, come mi spetta di diritto ai sensi della legge 104, in quanto ho una madre che è invalida al 100% e per prendermene cura è indispensabile che io lavori vicino casa». A Roma Mc Donald's conta circa 1.500 dipendenti diretti, distribuiti in 40 ristoranti, più altri 400 nei 10 punti vendita in franchising. In larga parte sono apprendisti o assunti con contratto a tempo indeterminato, anche se è molto diffuso il part-time: 24 ore a settimana distribuite su sei giorni e uno stipendio di circa 600 euro al mese. Il grosso è costituito da lavoratori al 5° livello, quelli che stanno alla cassa, in cucina, che puliscono le sale. «L'azienda li chiama "crew", come i mozzi delle navi», fa notare Simoncini. La Filcams Cgil è presente in quasi tutti i locali, con una forte rappresentatività anche tra i quadri dirigenti. Un lavoro non facile: «E' difficile - spiega Simoncini - sindacalizzare ragazzi molto giovani, intorno ai vent'anni, che per la prima volta si ritrovano ad avere una paga regolare con contributi versati. Si considerano fortunati, anche perché Mc Donald's fa balenare loro prospettive di carriera. Ovviamente, "se si comportano bene"». A livello territoriale l'azienda dialoga con il sindacato «ma nei singoli ristoranti, se la rappresentanza sindacale è più debole, i direttori tendono a imporre le loro regole», denuncia ancora il segretario regionale della Filcams.
18 Settembre 2007

di Anubi D'Avossa Lussurgiu su Liberazione del 18/09/2007
Il ministro degli esteri francese Bernard Kouchner avverte l'Occidente di prepararsi al peggio. Secondo il Washington Post la Casa Bianca avrebbe già pronti i piani d'attacco. Ma le notizie non scuotono il Palazzo, primo partner di Teheran. Fa eccezione D'Alema che dice: «Non mi pare un'idea felice»
Sì, in Italia è insopportabile la miseria della politica. E bastava scorrere le prime pagine dei giornali di ieri, per rendersene conto: tutte dominate dal "bollino di garanzia" alle liste civiche "con requisiti" annunciato da Beppe Grillo, che contro questa miseria predica. E praticamente nessuno spazio ad un'altra notizia, una cosuccia da niente: null'altro che l'annuncio della certezza della prossima guerra targata Usa, e dato da una voce marginale come il capo della maggiore diplomazia europea nonché della sua prima potenza militare, la Francia. Non ha trovato spazio, tale quisquilia, fra i titoli di prima del quotidiano della grande borghesia italiana, il Corriere della Sera , né di quello della Confindustria, Il Sole-24 Ore , né ancora di quello del salotto produttivo sabaudo, La Stampa , nemmeno di quello della finanza romana, il Messaggero . Nulla su il Mattino . Il giornale politico del lunedì, l'Unità , apriva sul discorso di Piero Fassino: manco di contorno si poteva turbare cotanta lettura con notiziole così. E neanche i giornali della destra ci hanno regalato, che so, un empito di bellicosa gioia, un qualche entusiasmo virile per la ventura chiamata alle armi. Niente di niente. Solo la Repubblica ha notato: e ha concesso una spalla, sorretta peraltro da un articolo del generale Wesley Clark che è un grido d'allarme globale e così anche un oggettivo svergognamento di sì acuta sensibilità giornalistica. Voi direte: ma questa non è la politica, sono i media d'opinione, che la politica la svillaneggiano. Ecco, appunto. E a rafforzare il dubbio sull'effettiva distanza tra il Palazzo, la "Casta" e questi media, o come si dice a Roma su quanta rogna abbia il più "pulito", dovrebbe valere come controprova un altro esercizio: la lettura delle dichiarazioni politiche di ieri. Sull'annuncio di guerra dato al mondo da Bernard Kouchner, nessuna. Non una. Tranne quella d'ufficio, del ministro degli Affari esteri Massimo D'Alema, sulla quale verremo poi. Oltre questa, non una sola parola da alcuno: non dal governo - che so, da Palazzo Chigi tanto per non far sentire solo soletto D'Alema in quegli algidi saloni della Farnesina - ; tanto meno dal Piddì, aspirante primo partito del luminoso futuro italiano e delle venture maggioranze di "nuovo conio" fantasmagorico. E non dal resto dell'acuto professionismo politico della Seconda Repubblica, scannatosi per un anno sul voto ballerino in Senato sull'Afghanistan e sugli ardui crinali dei distinguo tra "amicizia con gli Stati Uniti nella franchezza" e "amicizia con gli Stati Uniti fino in fondo". Negli Stati Uniti, quelli veri non la Topolinia di Disney, metà del dibattito politico in vista della corsa alle presidenziali è sequestrato da questo: dal rapporto evidente tra il disastro della perdurante guerra in Iraq e la probabilità di quella nuova, all'Iran. Probabilità che domenica, dalla Francia - il Paese europeo più ostile all'impresa irachena di George Walker Bush nel 2003 e ora di altro avviso su quella iraniana - è stata dichiarata una certezza. Alla vigilia della riunione di ieri dell'Agenzia atomica internazionale del disperato El Baradei. E all'antivigilia dell'apertura, oggi, della sessantaduesima sessione dell'Assemblea generale dell'Onu, cui il presidente iraniano Ahmadinejad ha preannunciato che parlerà di persona: perché vi andranno in scena i prodromi del conflitto. E che cosa sarà mai, dal punto di vista della politica in Italia? Un Paese che è soltanto il primo partner commerciale dell'Iran. Un Paese che, come non si stanca di ricordarci la lobby neo-nuclearista, è nell'Ue il più dipendente dagli idrocarburi. Un Paese che ha il comando della missione internazionale in Libano, dove mantiene 2mila e 500 militari interposti tra Israele e il maggior alleato in armi di Teheran in Medio Oriente, Hezbollah. Un Paese meraviglioso, il nostro, dove i pacifisti che hanno riempito le piazze sono stati inseguiti fino al giorno delle elezioni, dal giorno dopo chiamati "anime belle". L'Italia, che dibatte inesausta di antipolitica e nella cui agenda politica il disastro del clima trova posto solo per due giorni: la guerra a venire, nemmeno per uno. Non facciamo mostra d'indignazione per sottolineare che oltre un anno, nel nostro piccolo, evochiamo l'imminenza della devastante avventura bellica contro l'Iran, ancora domenica segnalata dall'editoriale di Sabina Morandi come scenario principale nei piani del vicepresidente statunitense Dick Cheney, tornato in extremis a condizionare gli ultimi passi dell'anatra zoppa Bush jr. Cantarsela e suonarsela, come ancora si dice tra i romani, non è esercizio che gratifichi se non gli stolti. E' disperante lo stato della politica, l'ordine del discorso politico corrente. Perché quando si parla di guerra all'Iran, come ne ha parlato fuori da ogni equivoco il ministro degli Esteri francese rompendo semplicemente il silenzio intorno a segnali che parlano ogni giorno, si parla d'un incubo inimmaginabile. Per gli iraniani, per i musulmani sciiti come sunniti, per l'Asia intera, per l'Occidente, per il Nord e per il Sud. E per l'Europa: dove l'Italia, in questo caso più che in ogni altro, rappresenta l'anello debole, il più esposto. Kouchner ha fatto intendere che i tempi sono imminenti, pur se d'una imminenza non ancora fissata. Ha anche aggiunto che la Francia, «per ora», non è impegnata in «piani militari»: confermando che ci sono, coltivati da Casa Bianca e Pentagono, ed implicitamente non escludendo un coinvolgimento francese al "momento decisivo". Intanto, ha lanciato un monito agli investitori d'Oltralpe. E, oltre quelle decise dall'Onu e prima ancora che il Palazzo di Vetro ne discuta di nuove, ha invocato «sanzioni europee», subito, contro l'Iran: in un singolare spirito di concorrenza con Washington, stavolta nella stessa direzione, quella del disastro. C'è una sola cosa che tutto ciò lascia immaginare: ossia un accordo di massima tra gli Usa e la Francia, oltre al tradizionale alleato, il Regno Unito, per giungere alla soluzione militare. Anche al di là delle decisioni dell'Onu e del confronto sull'effettivo stato del programma nucleare iraniano: ogni mossa, ogni fatto di questi giorni in Iraq parla infatti della preparazione dello scontro con l'Iran. La sortita di Parigi libera lo scenario dal principale ostacolo: l'articolazione del fronte delle potenze occidentali, tra quante siedono nel Consiglio di Sicurezza dell'Onu e nel G8. E' un annuncio dagli effetti devastanti, prima ancora che la guerra si realizzi. La prima vittima è la comatosa Unione europea: con essa, ogni illusione su quella «fase multilateralista» che D'Alema ha tanto predicato. E che si riduce a questo: la riedizione del "concerto delle potenze", sull'asse occidentale. Con una differenza, certo, tra la guerra ventura e quella irachena: perché la nuova sarà molto più "classica", contro uno Stato forte ma soprattutto nella cornice evidente dello scontro d'interessi economici, sul terreno energetico in primo luogo, con le forze emergenti del mercato globale. Prima di tutte, la Cina. Il Medio Oriente ne sarà definitivamente destabilizzato, ma se possibile sarà il meno: incontrollata sarà la catena delle reazioni in Asia, già prevista quella degli effetti economici, a partire dal prezzo del greggio. Di qui passa la costruzione di uno stato permanente di guerra: con la stabilizzazione di quel che è già in atto anche in Occidente, la gestione bellica d'ogni momento della vita sociale. Forse consapevole di ciò, D'Alema ieri ha detto: «Nuove guerre credo non sarebbero la soluzione del problema e creerebbero soltanto nuove tragedie e nuovi pericoli». E ne ha concluso: «Non mi sembra felice l'idea di parlare di guerre in questo momento». Dal che deduciamo che l'Italia non si arruolerà per la guerra: forse. Ma che poi la subirà, certamente: perché la politica, meglio, l'amministrazione del potere avrà fatto finta di non vedere. O perché vedere proprio non sa. Chissà Grillo che avrà da dire.
11 Settembre 2007

(Santiago del Cile - Litfiba)
E spera e spera, un uomo arrivera` L' immagino in strada, nei cortei, fra noi Aver paura, piangere Cercare i figli morti per lui
E l' uomo in bianco scese dal cielo Ma era al di la` delle barricate E l' uomo in bianco vide la morte Ma era di la` dalle barricate
Santiago del Cile Padre, tuo figlio dov' e`? Santiago del Cile Io no lo vedo piu` Natale di sangue No, non lo scordero`
E spera e spera, il Papa arrivera` L' immagino in strada, nei cortei, fra noi Gridare forte, combattere Sacrificarsi per chi crede in lui
E l' uomo in bianco scese dal cielo Ma era al di la` delle barricate E l' uomo in bianco vide la muerte Ma era al di la` delle barricate E dittature e religione Fanno l' orgia sul balcone E dittatura e religione fanno l' orgia
Santiago del Cile Padre, tuo figlio dov' e`? Santiago del Cile Io no lo vedo piu` Natale di sangue No, non lo scordero` Vangelo, pistola Dimmi la pace qual e`?
10 Luglio 2007
WASHINGTON - Rischia un anno di prigione una donna che nelle ultime tre elezioni ha fatto votare il suo cane. Jane Balogh, 66 anni, sostiene di aver iscritto il suo cane Duncan nei registri elettorali dello stato di Washington per dimostrare quanto siano inesistenti i controlli delle autorità su un problema così importante.
La donna ha intestato il suo conto del telefono al cane Duncan e quindi, sulla base della bolletta del telefono, è riuscita a registrare l'animale nelle liste degli elettori. Il cane ha votato per posta e Jane Balogh ha fatto firmare il documento elettorale al cane usando una delle sue zampe. Incredibilmente, nessuno si è accorto di nulla.
La donna ha scritto anche lettere alle autorità locali di Seattle per denunciare la sua trovata. Il risultato è stato una visita della polizia nella sua abitazione ed una incriminazione per avere mentito alle autorità. Adesso rischia fino ad un anno di prigione. Ma la donna intende andare avanti col processo per portare avanti la sua battaglia contro la mancanza di controlli sui nomi sulle liste degli elettori. Nel frattempo il nome del cane Duncan è rimasto nelle liste. "Quando un nome è nelle liste - hanno spiegato le autorità locali - non è facile cancellarlo".
www.ansa.it 2007-07-01 18:59
02 Giugno 2007

Alcuni giorni fa, analizzando i costi della costruzione dei tre sottomarini della serie Astute, ho detto che con quella somma “si potrebbero preparare 75 mila medici e quindi curare 150 milioni di persone, facendo l’ipotesi che il costo per la formazione di un medico sia circa un terzo di quel che costa negli Stati Uniti.”
Ora, seguendo lo stesso calcolo, mi domando quanti medici si potrebbero laureare con i cento miliardi di dollari che, in un solo anno, sono caduti nelle mani di Bush per continuare a seminare il lutto nelle case irachene e nordamericane. Risposta: 999.990 medici, che potrebbero curare 2 milioni di persone che oggi non ricevono alcun genere d’assistenza medica.
In Iraq, dall’inizio dell’invasione nordamericana, oltre 600 mila persone sono morte e più di 2 milioni sono emigrate giocoforza.
Negli stessi Stati Uniti, circa 50 milioni di persone non hanno assistenza sanitaria. La cieca legge del mercato regola le prestazioni di questo vitale servizio ed anche nei paesi sviluppati i prezzi sono inaccessibili per molte persone. Il servizio sanitario è parte del Prodotto Interno Lordo dell’economia statunitense, ma non crea una coscienza in coloro che lo prestano, e tanto meno tranquillità in coloro che lo fruiscono.
I paesi meno sviluppati, con un maggior numero di malattie, dispongono di uno scarso numero di medici: uno ogni 5 mila, 10 mila, 20 mila e più abitanti.
Quando appaiono nuove patologie di trasmissione sessuale come il VIH/SIDA che in soli 20 anni ha ucciso milioni di persone - per questa infezione oggi esistono già alcuni palliativi - sono milioni le persone che soffrono, tra le quali molte madri e molti bambini, ma comunque i prezzi dei medicinali raggiungono costi di 5 mila, 10 mila, 15 mila dollari l’anno, a persona...
Sono cifre da fantascienza per la stragrande maggioranza dei paesi del Terzo Mondo. I pochi ospedali pubblici si riempiono di malati che muoiono stipati come animali, colpiti dal flagello di un’epidemia repentina.
Forse la considerazione di queste realtà ci può aiutare a comprendere meglio la tragedia. Non parliamo di una pubblicità commerciale che necessita molti fondi e grandi tecnologie.
Alla fame che patiscono centinaia di milioni di esseri umani va aggiunta l’idea di trasformare gli alimenti in combustibili.
E se cercate un simbolo per tutto questo la risposta sarà George W. Bush.
Recentemente interpellato da una importante personalità a proposito della sua politica verso Cuba, Bush ha risposto: ”Sono un Presidente dalla linea dura ed aspetto solamente la morte di Fidel Castro.”
Non è un privilegio il desiderio di questo potente signore.
Non sono il primo, né sarò l’ultimo, che Bush ha ordinato d’uccidere, come tutti coloro che si propone di continuare ad ammazzare, individualmente o in massa.
“Le idee non si uccidono”, aveva esclamato con forza Sarría, un tenente negro, capo della pattuglia dell’esercito di Batista che ci aveva catturato mentre in tre dormivamo in un piccolo capanno di montagna, sfiniti dallo sforzo per cercare di rompere l’accerchiamento.
I soldati pieni di odio e di adrenalina mi tenevano sotto tiro senza identificarmi.
“Le idee non si uccidono”, continuò a ripetere, già quasi mormorando, automaticamente, il tenente negro.
Quella magnifiche parole le dedico a Lei, signor W. Bush.
Fidel Castro Ruz - 28 maggio 2007 http://www.granma.cu/italiano/2007/mayo/mar29/le-idee-non-si-devono-uccidere.html
22 Maggio 2007
Michael Moore
Il paziente americano
Il regista è a Cannes con «Sicko», film-accusa del sistema sanitario Usa
Le compagnie di assicurazione non possono avere la responsabilità di decidere della salute dei cittadini. Per legge devono ottimizzare i profitti e l'unico modo per riuscirci è negare i servizi
Mariuccia Ciotta, il manifesto (20 maggio 2007)
Cannes
La verità non si può documentare, neppure «sul campo» dondolando l'ingombrante corpo di Michael Moore. È un concetto sfuggente, fuori fuoco. Eppure Fahrenheit 9/11 diceva che la guerra in Iraq era fondata sulle bugie. Flint che la General Motors era al collasso. Bowling for Columbine che il mercato delle armi era all'origine delle stragi nei college... ma neppure dopo la sconfitta, la bancarotta e il Virginia Tech è caduto il sospetto. Cinema di propaganda. Così il comico, iperbolico, situazionista Michael Moore si è tirato indietro, ha abbandonato l'«io» ed è passato al «noi» nel suo ultimo capolavoro sull'America perduta, Sicko. Visita al sistema sanitario statunitense attraverso le testimonianze dei malati respinti dalle assicurazioni private, e niente più, o quasi, oltraggi in prima persona di Michael, il performer «manipolatore». L'effetto è stato dirompente. È la prima volta infatti che la Casa Bianca reagisce e minaccia il sequestro del film e la galera per il regista. Dieci giorni fa, infatti, poco prima della prima mondiale di Cannes, Michael Moore ha ricevuto una lettera dall'amministrazione Bush che lo accusa di aver agito nell'illegalità.
Il materiale fuorilegge, però, non sta nelle sobrie interviste alle vittime delle feroci compagnie di assicurazioni che, in nome del profitto, respingono le richieste di assistenza medica, ma nello spettacolare viaggio del nostro eroe verso le coste cubane. Il massimo dell'artificio, una messa in scena degna di Jerry Lewis a bordo di tre piccoli yacht. Michael Moore è accusato di aver violato l'embargo, di essere sceso all'Havana per girare il suo film, che rischia di essere mutilato delle scene incriminate. La verità, appunto, non si può documentare, ma si sente, è come il suono di un violino, e si vede come le sfumature di un quadro. L'opera d'arte è Michael Moore, «io» e «noi» contemporaneamente, che solca l'Atlantico col suo berretto di traverso alla volta del più assurdo presidio sanitario, Guantanamo.
L'idea nasce dalla confessioni di alcuni pompieri dell'11 settembre, che, dopo gli onori e la gloria, sono stati abbandonati ai loro enfisemi polmonari, cancro e malattie respiratorie varie. Molti erano volontari e le assicurazioni si sono rifiutate di coprire le spese per le cure. Così Michael Moore decide per la pittoresca avventura dopo aver appreso da un filmato del Pentagono che i prigionieri di Al Qaeda non solo non vengono torturati ma godono di assistenza sanitaria gratuita. Perché non gli eroi dell'11 settembre? Intimati di allontanarsi dalla barriera militare del carcere, le tre navicelle di Sicko fanno rotta verso Cuba, dove uno spray anti asma, che in Usa costa 120 dollari, nelle farmacie castriste è venduto a 5 cents. Dove l'ospedale è gratuito, e i medici non chiedono le carte di credito agli yankees. Dove i vigili del fuoco si mettono sull'attenti di fronte ai malridotti ex pompieri delle Twin Towers, che piangono tra le braccia dei colleghi comunisti. Tanto basta.
«Che cosa siamo diventati?» si chiede Michael Moore, che fine hanno fatto gli americani, il popolo dal buon cuore? Perché accettiamo che i più deboli siano lasciati morire per arricchire gli azionisti? Hillary Clinton è stata battuta con il suo piano di assistenza sanitaria nazionale agitando lo spauracchio dell'assistenzialismo sovietico, mancanza di libertà nella scelta del medico, burocrazia, lunghe file d'attesa, arretratezza tecnologica... Le lobby farmaceutiche pagano i congressisti e incassano la legge che condanna una bambina a morire perché l'ospedale la respinge, non ha la copertura richiesta, un operaio a farsi rincollare un solo dito dei due tranciati da una sega elettrica. L'indice costa 12.000 dollari, il medio 60.000, quale sceglie? ... I medici americani, lo rivela davanti a un tribunale un'ex consulente pentita di una assicurazione privata, vengono premiati (carriera e stipendi) se fanno morire i pazienti e risparmiare la società. Basta trovare un «errore» nella scheda per il rimborso, per esempio, una malattia non dichiarata, anzi un «sintomo». Parla un «cacciatore di teste», anche lui pentito, che ha sulla coscienza una marea di «terminati». E a suon della marcia di Guerre stellari, sullo schermo sfilano le formazioni delle malattie che escludono l'iscrizione all'assistenza. A pagamento.
Gli americani hanno paura di dimostrare contro il governo, sostiene Michael Moore, perciò non scendono in piazza come fanno i francesi, gli inglesi, gli italiani. Il maccartismo ha indotto al silenzio patriottico, all'accettazione del sistema così com'è, quello dell'1% che detiene la ricchezza del paese. Disillusi e depressi, gli americani vedranno cosa succede ai loro connazionali di stanza a Parigi nella tavolata allegra con Michael che li interroga sui loro diritti di malati. Gratis, gratis, gratis. Neppure il presidente anti-welfare Sarkozy si sogna di togliere la sanità pubblica, non osò neppure la signora Thatcher. «Scoppierebbe la rivoluzione» gli dice ridendo un deputato inglese, perché la democrazia consiste nel principio che i più forti aiutano i più deboli. Ecco qual è il tema di Sicko. Tutta l'America è malata, le serve un big sistema sanitario, un immaginario libero, una rivolta contro l'associazione a delinquere seduta alla Casa Bianca (Nancy Pelosi e i democratici hanno già chiesto il diritto alla salute per tutti). Serve all'America Michael Moore, che in conferenza stampa ha già chiesto asilo politico all'Europa, scherzando ma non troppo. La prima dimostrazione di libertà d'espressione l'ha data proprio lui inviando un assegno di 12.000 dollari in forma anonima al suo accanito avversario politico che ogni giorno gli dice Fuck you dal suo sito, che avrebbe dovuto chiudere per curare la moglie malata.
Il regista un-american - Palma d'oro per Fahrenheit 9/11 - il suo sito d'amore per l'America lo chiude invece con un sorriso: digitate www... per sapere come sposare un canadese e vivere felici se vi viene l'influenza.
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