Tag storia09 Febbraio 2009
Intervista a Claudia Cernigoi, a cura di Angelo Floramo, pubblicata sul settimanale "Il Nuovo Fvg" in occasione della presentazione triestina del saggio Operazione foibe. Tra storia e mito (Kappa Vu, Udine 2005). Marzo 2005.
La memoria lottizzata. In epoca di revisionismi, riletture, decontestualizzazioni, sembra proprio che il dibattito gridato diventi l'unica possibilità di intervento. Ma chi di storia si occupa lascia che siano i documenti a parlare, tacitando gli umori e gli isterismi di ogni colore. "Operazione Foibe", con i suoi ricchi apparati documentari, si prefigge questo scopo. E' una ricerca che ha impegnato la Cernegoi per oltre sette anni, sette anni di meticolose indagini seguite a una prima edizione, già di per sé estremamente ricca e stimolante.
Qual è stata la motivazione che l'ha spinta (ogni storico ne ha una!) e cosa ne è emerso?
Chi non vive a Trieste non può conoscere il clima che si respira in questa città che il poeta (triestino) Umberto Saba definì "la più fascista d'Italia". Quindi devo spiegare che da noi le campagne stampa o campagne politiche sulla "questione foibe" sono più o meno cicliche. Tanto per fare un paio di esempi: una campagna si sviluppò a metà anni Settanta, per fare da contraltare all'istruttoria e poi al processo in corso per i crimini della Risiera di San Sabba. In altri periodi per contrastare le mobilitazioni per la legge di tutela degli Sloveni in Italia.
Otto anni fa, quando per la prima volta ho iniziato ad occuparmi seriamente di "foibe", era il momento in cui era iniziata una nuova campagna, questa volta in parte come "risposta" di destra al processo Priebke ed in parte, a mio parere, perché dopo lo sfascio della Jugoslavia c'era chi aveva interesse in Italia a destabilizzare ulteriormente Slovenia e Croazia che non vivevano una situazione proprio tranquilla, a scopo neoirredentista. Il fatto nuovo, all'epoca, fu che da polemiche politiche si era passati ad un più alto livello di scontro, se mi si passa l'espressione: cioè era iniziata un'inchiesta giudiziaria per i cosiddetti "crimini delle foibe", e questa inchiesta stava coinvolgendo ex partigiani che avevano ormai raggiunto una certa età, ed a questo punto decisi che era il caso di fissare dei paletti in merito ai presunti "crimini delle foibe", dato che non mi sembrava giusto che quelli che all'epoca, non conoscendoli, mi venne da definire "poveri vecchietti" (e voglio subito dire che i "poveri vecchietti" che ho conosciuto in seguito a queste mie ricerche erano tutti anziani sì, logicamente, ma pieni di energie e di voglia di fare) dovessero venire messi sotto giudizio sulla base di inesistenti prove storiografiche, come i libri di Marco Pirina e di Luigi Papo. Così presi in mano sia i libri di Pirina, sia gli studi sugli "scomparsi da Trieste per mano titina" (sia chiaro che certe terminologie non mi appartengono, ma le riporto perché questa, purtroppo, è la vulgata vigente), per cercare di capire l'entità reale del fenomeno "foibe". In base a questo è nato il primo "Operazione foibe", che aveva come scopo essenzialmente quello di spiegare che gli "infoibati" non erano migliaia, né molte centinaia, nonostante quello che si diceva da cinquant'anni. Per esempio, da Trieste nel periodo di amministrazione jugoslava (maggio 1945), scomparvero perché arrestati dalle autorità, o perché morti nei campi di internamento per militari, o ancora per vendette personali, circa 500 persone, e non le 1458 indicate da Pirina, che aveva inserito tra gli "infoibati" anche persone ancora viventi oppure partigiani uccisi dai nazifascismi.
"Tra storia e mito". E' il significativo sottotitolo del suo libro. A sessant'anni di distanza sembra ancora molto difficile separare le due cose, o perlomeno impedire che si influenzino a vicenda. E' facile per chiunque voglia stravolgere i fatti vestire la storia con i panni del mito. Il recente dibattito stimolato dal discusso film in uscita per Rai Fiction: "Il cuore nel pozzo", ne è la più evidente dimostrazione. E proprio questa incerta lettura intorbida la memoria e agevola ogni possibile strumentalizzazione politica. Accade ancora per Porzus, accade per le foibe e per molte altre tragedie del Novecento. Perché ? E' forse colpa della controversa realtà di confine? O qui da noi la storia indugia, stenta a passare...e quindi diventa facile occasione di attualizzazione, veicolandola nei labirinti del dibattito politico?
Sulla questione delle foibe non è mai stata fatta veramente ricerca storica. Altrimenti, come prima cosa, non si parlerebbe di una "questione foibe", perché le persone che veramente sono morte per essere state gettate nelle foibe istriane o carsiche sono pochissime, rispetto non solo alle migliaia di morti (sempre per parlare del territorio della cosiddetta "Venezia Giulia", cioè le vecchie province di Trieste, Gorizia, l'Istria e Fiume) di quella enorme carneficina che fu la seconda guerra mondiale, ma degli stessi morti per mano partigiana. Voglio ricordare che la maggioranza di questi fatti si riferiscono a cose accadute in periodo di guerra: ad esempio i circa 400 "infoibati" che furono uccisi nell'Istria del dopo armistizio (settembre '43), non possono che essere inseriti in un contesto di guerra. Però è da rilevare che mentre tutti (storici e mass media, oltre a politicanti e propagandisti) si sconvolgono all'idea di questi 400 morti, non battono ciglio di fronte alla notizia storicamente dimostrata che il ripristinato "ordine nazifascista" in Istria nell'ottobre '43 causò migliaia di morti, deportati nei lager, paesi bruciati e rasi al suolo e violenze di ogni tipo. È come se ci fossero, secondo certa storiografia, istriani di serie A e istriani di serie B, cioè rispettivamente quelli di etnia italiana, la cui morte deve destare orrore e scandalo, mentre per gli altri, quelli di etnia croata o slovena, sembra essere stata una cosa "normale" che siano stati colpiti dalla repressione nazifascista.
Al contrario uno dei pregi della sua ricerca è proprio la "contestualizzazione dei fatti", dalla quale è impensabile prescindere per tentare almeno di capire il fenomeno nella sua complessità. Come vanno contestualizzate le foibe? Qual è la chiave per comprenderne i significati storici, sociali..forse anche antropologici?
Ho già accennato al fatto che le foibe sono diventate appunto un "mito", in quanto il fenomeno in realtà è un "non fenomeno" che è diventato tale a suon di propaganda. Che questa propaganda sia stata sviluppata esclusivamente su fatti concernenti il confine orientale (ricordiamo che in Francia, dopo la liberazione, ci furono delle vendette contro gli italiani, già occupatori, che erano stati fatti prigionieri, però nessuno in Italia ha mai detto niente su questi episodi) ha secondo me diversi significati. Il primo è che i vari governi italiani succedutisi negli anni (dalle guerre di indipendenza del Risorgimento, per intenderci) hanno sempre tentato l'espansione ad est, quindi il fatto di avere perso, dopo la fine della guerra, un bel pezzo di territorio orientale ha significato una grossa frustrazione per i nazionalisti. Inoltre ha pesato il fatto che qui i vincitori erano non un esercito considerato regolare e di una potenza come potevano essere Gran Bretagna o Stati Uniti, ma si trattava di un esercito popolare, partigiano, comunista, e composto da popoli "slavi", considerati "inferiori" dal nazionalfascismo italiano. Quindi nella frustrazione per la perdita della guerra vanno qui inserite anche le componenti anticomuniste ed antislave. Grave mi è sembrato però leggere l'Unità (non il Secolo d'Italia o Libero!) che (cito) parla di "odio degli slavi verso gli italiani", generalizzando un concetto inesistente con connotazioni oserei dire razziste. Come si può attaccare la destra xenofoba quando se la prende con gli immigrati e poi esprimersi in questi termini?” Quanto alla "contestualizzazione", vorrei dire che è impossibile fare un'analisi unica di un fenomeno che non è un fenomeno. Parliamo degli scomparsi da Trieste? Un centinaio di essi sono stati condotti a Lubiana e probabilmente fucilati dopo essere stati processati come criminali di guerra; centocinquanta o duecento sono forse i morti nei campi di internamento per militari; una cinquantina le vittime recuperate da varie foibe e per le quali si ricostruì che erano state uccise in regolamenti di conti e vendette. Però diciotto di questi "infoibati" erano stati uccisi da un gruppo di criminali comuni che si erano infiltrati tra i partigiani. Come si può contestualizzare una simile varietà di cause di morte? Ecco perché secondo me non si può parlare di "fenomeno" foibe. Quanto ad un'altra vulgata che va attualmente per la maggiore, cioè che si trattò di repressione politica contro chi poteva creare dei problemi all'instaurazione di un nuovo stato comunista, secondo il mio parere se fosse stato questo il motivo delle eliminazioni, non sarebbero state uccise così poche persone. Forse posso sembrare cinica mentre lo dico, voglio chiarire che la mia è solo un'analisi storico-politica, non intendo mancare di rispetto a nessuno. Ma teniamo presente che a Trieste gli squadristi della prima ora, quelli che avevano la qualifica di "sciarpa littoria" e veterani della marcia su Roma erano più di 400; 600 membri contava l'Ispettorato speciale di PS (una struttura antiguerriglia che lavorava come squadrone della morte in funzione repressiva antipartigiana), e non contiamo poi le Brigate Nere, la Polizia non politica, la Milizia territoriale, i funzionari del Fascio che rimasero al proprio posto. Se si fosse voluto fare un "repulisti" politico, gli uccisi sarebbero stati dieci volte tanto, ritengo.”
Su questa tragedia c'è stato un colpevole silenzio della sinistra che dev'essere “rimosso”. Sono le parole dell'onorevole Walter Veltroni, sindaco di Roma, pronunciate durante la sua recente visita alla foiba di Basovizza. Come le interpreta ? Tenendo anche conto del fatto che tale silenzio (che non ha riguardato la solo sinistra, in verità) ha anche permesso alle destre di classificare ideologicamente tutti i partigiani sloveni e croati (e non solo loro) come infoibatori, permettendo anche di rimuovere dalle coscienze degli italiani il clima politico e culturale che per vent'anni il regime fascista ha imposto a quelle terre, perpetrando violenze fisiche e psicologiche di estrema gravità!
Io sono dell'opinione che, ammesso e non concesso che di foibe non si sia mai parlato prima (cosa che non è vera, visto che di libri - non solo di propaganda disinformativa, ma anche seri come il primo studio di Roberto Spazzali, "Foibe un dibattito ancora aperto", uscito nel 1992 - ne sono usciti molti), questo fatto non può giustificare in alcun modo che adesso se ne parli senza cognizione di causa, ma solo riprendendo le vecchie notizie della propaganda nazifascista, senza un minimo di senso critico. Quanto ai crimini commessi dall'Italia fascista, coloniale e imperialista, in Africa come nei Balcani, fino in Grecia ed Albania durante la guerra, su di essi sì è calato un pesante silenzio, una censura totale, al punto che il buon documentario di Michael Palumbo, "Fascist legacy" sui crimini di guerra italiani (e su come i criminali se la sono cavata senza problemi) è stato "infoibato" dalla RAI che non ha la minima intenzione di mandarlo in onda, dopo averlo acquisito. Però la RAI finanzia sceneggiati televisivi di disinformazione sulle foibe: questo dovrebbe essere un motivo di scandalo, non tanto che Gasparri promuova il filmato che lui stesso ha ispirato un paio di anni fa.
Restiamo in tema. Quando l'onorevole Veltroni ha deposto la rituale corona d'alloro anche ai piedi del monumento che ricorda la fucilazione di cinque sloveni fucilati per ordine del Tribunale Speciale Fascista, ha suscitato lo sdegno di Roberto Menia il quale ha affermato che "mentre non vi e' nulla da dire per ciò che riguarda le tappe di Veltroni alla Foiba di Basovizza e alla Risiera, anche se fatte con qualche decennio di ritardo, e' evidente che non possono essere eletti a martiri di una italianità cattiva nel 1930, coloro che erano dei terroristi macchiatisi di reati di sangue e di omicidi. Questi non possono essere contrabbandati per martiri ed e' evidente che Veltroni sbaglia ed e' sbagliata questa ricostruzione che e' la ricostruzione che vuol fare la sinistra". Una ulteriore dimostrazione di quanto abbiamo detto fin'ora?
È un dato di fatto che i martiri di Basovizza siano stati fucilati dopo una sentenza di un Tribunale speciale di uno stato non democratico. Quindi prima di accettare acriticamente la sentenza di questo Tribunale che li definiva "terroristi", io quantomeno pretenderei, in democrazia, un nuovo processo, per determinare quali fossero effettivamente le loro responsabilità concrete. Ma a prescindere da questo, resta il fatto che la loro lotta era contro un regime dittatoriale che, spero, nessun democratico di oggi intende avallare come legittimo. Quindi che loro fossero o no "terroristi", secondo me non ha la minima importanza da un punto di vista storico. Erano degli antifascisti che lottavano contro la dittatura: tutto qui. In Germania nessuno avrebbe il coraggio di chiamare "terroristi" gli attivisti della Rosa bianca o Canaris che attentò, senza successo a Hitler. In altri tempi, il tirannicidio era cosa considerata corretta, in fin dei conti.
di Claudia Cernigoi [Claudia Cernigoi, giornalista triestina, è l'autrice dell'importante ricostruzione storica Operazione "foibe" tra storia e mito (KappaVu, Udine 2005). E' tra gli animatori del sito La Nuova Alabarda, da cui sono tratti i due testi che riproponiamo qui. Il primo prende le mosse dal falso e strumentale parallelismo Shoah-Foibe (istituzionalizzato nella "par condicio" commemorativa voluta dal centrodestra e pienamente accettata dal centrosinistra), parallelismo che soprattutto in Venezia Giulia alimenta un'ideologia irredentista, revanscista e antislava, come dimostrano i convegni "storici"che sempre si tengono a Trieste in prossimità della fatidica data; nel secondo Cernigoi si difende dalla banale e sbrigativa accusa di essere una "negazionista delle foibe", accusa che chi conosce le sue ricerche sa benissimo essere infondata. Il titolo complessivo di questo post non è dell'autrice bensì nostro, come anche le sottolineature.]
GIORNATA DELLA MEMORIA E GIORNO DEL RICORDO
Dopo l'istituzione del Giorno della Memoria per il 27 gennaio (anniversario della liberazione del campo di sterminio di Auschwitz da parte dell’Armata Rossa sovietica), le associazioni irredentistiche degli esuli istriani hanno tanto fatto e brigato da ottenere, nel 2004, che il 10 febbraio, cioè a pochi giorni di distanza da questa ricorrenza, venisse istituito il "Giorno del Ricordo" (si noti qui anche la similitudine linguistica tra "ricordo" e "memoria"), "dell’esodo e delle foibe", ricorrenza istituita anche con il beneplacito di buona parte del centrosinistra, soprattutto i DS. A tre anni di distanza da questa "operazione", possiamo vedere gli effetti che essa ha avuto sulla scena politica e culturale italiana (ma anche internazionale).
Innanzitutto vediamo che già da metà gennaio, cioè in prossimità del Giorno della Memoria, le associazioni degli esuli riempiono il calendario di proprie iniziative che, stante la vicinanza delle date e stante il fatto che, vuoi per capacità organizzativa, per spirito combattivo, per disponibilità di fondi, o chissà per quali altri motivi, sono molto più numerose e visibili di quelle indette per il 27 gennaio, mettendo di fatto in secondo piano quelle relative a questa ricorrenza. C'è però una differenza di fondo nell'atteggiamento di chi si occupa delle due "giornate". Mentre nelle intenzioni di chi ha ideato la Giornata della Memoria e di chi per celebrare questa giornata organizza convegni, dibattiti, iniziative culturali lo scopo era quello di ricordare ciò che è stato (la follia guerrafondaia e criminale del nazifascismo) affinché la storia non si ripeta e non vi siano più genocidi e violenze, la stessa cosa non la rileviamo nelle iniziative indette dalle varie associazioni di "esuli istriani" per il 10 febbraio (e parliamo qui della Lega Nazionale ed anche delle Comunità istriane). Chi ha avuto modo di sentire o di leggere le testimonianze dei sopravvissuti dai lager nazifascisti (e diciamo nazifascisti perché anche il fascismo ha avuto i propri lager, pensiamo solo a quello di Gonars che si trovava a pochi chilometri da Trieste, circostanza spesso ignorata dagli stessi antifascisti), sa perfettamente che nella memoria di essi non c’è posto, di norma, per l'odio, per il rancore, per il desiderio di vendetta. Nella maggior parte dei casi, chi ha vissuto sofferenze indicibili, preferisce dimenticare, cerca l'oblio e per questo lascia da parte i sentimenti di odio che invece tengono vivo il dolore del ricordo. Se andiamo invece a seguire le iniziative per il Giorno del Ricordo (10 febbraio), vediamo che la maggior parte di esse non sono finalizzate al superamento della fase storica che ha portato al Trattato di pace (perché il 10 febbraio è quello del 1947, quando l'Italia finalmente siglò il trattato di pace con il quale venivano sanciti i nuovi confini sorti dopo la seconda guerra mondiale), ma al reiteramento di una propaganda irredentistica, che partendo da dati storici falsi (come l'ingigantimento delle cifre degli "infoibati", cioè di coloro che, nell'allora Venezia Giulia furono uccisi, per vari motivi, tra i quali anche fatti di guerra, dai partigiani jugoslavi o condannati a morte come criminali di guerra dai tribunali jugoslavi), e dalla ripetizione della vecchia teoria (un tempo solo fascista) che il trattato di pace fu in realtà un diktat per l’Italia, ribadisce la teoria degli "ingiusti confini", delle "terre rubate" e conclude con lo slogan "volemo tornar". Ora non ci dilungheremo sulla questione delle "foibe", perché fin troppo spesso ne abbiamo parlato su queste pagine; diciamo solo che quelli che vengono fatti passare per "infoibati sol perché italiani" nella maggior parte dei casi si possono inserire nella categoria dei "morti per cause di guerra", ricordando che nel corso della seconda guerra mondiale sono morte milioni di persone, a causa di una guerra che è stata voluta ed iniziata (cosa che pochi ormai ricordano) dalla volontà imperialistica dei regimi nazifascisti. È stata l'Italia fascista ad invadere, senza dichiarazione di guerra, ed a spartirsi, assieme ai propri alleati, la Jugoslavia, devastandola e provocando orrende stragi di civili; sono stati i regimi nazifascisti che hanno dichiarato guerra al mondo intero, perché volevano prendere il controllo di esso, e, dato che fortunatamente per i destini del mondo, la cosa non gli è riuscita e sono stati sconfitti (anche grazie al contributo di sacrifici delle varie resistenze europee, tra le prime quella jugoslava), alla fine del conflitto hanno dovuto pagare, in termine di perdita di territorio, questa sconfitta. Così entriamo nel merito della questione che più è dibattuta in questi giorni nei convegni organizzati per il 10 febbraio: la questione degli "ingiusti confini". Se, come abbiamo sentito dire spesso in vari convegni cui abbiamo assistito, il diritto italiano sull'Istria e su Fiume era dato dal fatto che questi territori erano stati annessi in seguito alla prima guerra mondiale (dove Fiume, ci si lasci dire, è stata annessa all’Italia con un colpo di mano in barba al trattato di pace ed al diritto internazionale), volendo seguire questa logica (che non è quella di "sangue e di suolo" che altri proclamano), dobbiamo accettare anche il fatto che in seguito ad un altro conflitto altri confini sono stati tracciati e territori che erano stati conquistati grazie ad una guerra vinta, sono poi stati tolti per una guerra (d'aggressione, ricordiamolo) perduta. Così abbiamo sentito il professor Raoul Pupo, che sicuramente non è uno storico "neofascista", sostenere che in realtà il trattato di pace del 1947 non è stato firmato con l'Italia, ma sopra l'Italia, perché alla fine della guerra l'Italia non esisteva come soggetto politico internazionale e quindi non aveva alcuna possibilità di negoziare, con i vincitori della guerra, i propri confini. Questa interpretazione, che è un po' una variante del concetto di diktat, però non tiene conto di una cosa fondamentale: che l'Italia non era stata aggredita da nessuno degli Stati che vinsero la guerra, e che il fatto che l'Italia aveva perso la guerra era la mera conseguenza del fatto che l'aveva iniziata. L'attribuzione dell'Istria alla Jugoslavia, sostiene Pupo, rientra nella logica geopolitica di "accontentare" Tito, all'inizio concedendogli i territori che aveva militarmente conquistato, e successivamente per "tenerselo buono" in funzione antisovietica. Ma al di là del diritto di "conquista" (che, come abbiamo visto prima, viene di solito fatto valere per i territori annessi dopo la prima guerra mondiale dall'Italia), queste interpretazioni di Pupo non tengono conto di altre cose. Che i territori istriani, ad esempio, non sono "italiani" per diritto di "sangue e di suolo", dato che la popolazione è mistilingue, con predominanza di sloveni e croati all’interno e di istro-veneti sul litorale. Perché quindi dovrebbe essere "naturale" che questi territori dovessero rimanere all'Italia piuttosto che alla Jugoslavia, tenendo anche conto che l'Italia doveva risarcire danni di guerra di non poca entità al Paese che aveva invaso? Una volta sancito, in queste conferenze "storiche", che i confini sono, tutto sommato, ingiusti, i vari relatori vanno ad analizzare la questione dell' "esodo" degli istriani. Diciamo subito che, a parer nostro, un "esodo" che si prolunga per vent'anni non può essere un "esodo" causato da "pulizia etnica". Citiamo a questo proposito la testimonianza del giornalista Fausto Biloslavo, di passata militanza nel Fronte della gioventù, che si è più volte autopresentato come "nipote di infoibato e figlio di esule", che nel corso di un intervento ha spiegato che il nonno paterno, di Momiano, dovette fuggire a Trieste "rocambolescamente" all'arrivo dei partigiani, "perdendo tutto", e la moglie poté raggiungerlo assieme ai figli appena nel 1954. Dunque la famiglia rimase per nove anni a Momiano, sotto il "regime titino", che evidentemente non li “infoibò", né li espulse, nonostante con tutta probabilità il nonno fosse stato coinvolto con il regime fascista, se aveva dovuto filare via in fretta e furia abbandonando moglie e figli. Ma queste contraddizioni stranamente non vengono rilevate da chi ascolta. Del resto, il racconto di Biloslavo non si discosta molto, per coerenza, da altre interpretazioni "storiche". Il professor Pupo, ad esempio, sostiene che all'inizio il "regime jugoslavo" aveva fatto una distinzione tra italiani assimilabili al "regime" (operai, contadini, proletariato in genere) ed altri non assimilabili (i ceti più elevati), che furono cacciati fin dall'inizio. Ammesso e non concesso che questa interpretazione sia attendibile, non passa per la mente dello studioso che si fosse trattato di una "epurazione" politica e di classe e non etnica? Che furono indotti ad andarsene i possidenti, che avrebbero perduto, con il socialismo, i loro possedimenti, nonché i fascisti, esattamente come accadde per sloveni e croati che non si identificavano nel nuovo sistema di governo? Pupo sostiene poi che successivamente, dopo la svolta del Kominform, anche gli italiani che erano rimasti furono cacciati via, perché tutti simpatizzanti per l’URSS, in questo modo sarebbe stata completata la "pulizia etnica": questa ci sembra ancora più fuorviante come interpretazione. Se ciò che sostengono questi studiosi, cioè che la comunità italiana fu interamente espulsa, con le buone o con le cattive, dalla Jugoslavia, fosse vero, oggi non avremmo in Istria una comunità italiana forte, compatta, ricca di istituzioni culturali, cosa che pure viene invece rivendicata da quegli stessi rappresentanti degli esuli che prima parlano di pulizia etnica e poi del fatto che gli italiani in Istria sono tuttora numerosi e presenti, senza rendersi conto che la seconda cosa escluderebbe la prima. La comunità italiana in Jugoslavia ha sempre goduto di diritti specifici, a cominciare dalle scuole, per proseguire con il bilinguismo e con i seggi garantiti nei vari parlamenti. Se questo significa pulizia etnica, cosa dovrebbero dire gli sloveni d'Italia, che se oggi hanno le scuole con lingua d'insegnamento slovena è solo grazie al fatto che sono state istituite dagli angloamericani e poi conservate in base ad una precisa clausola contenuta nel Memorandum del 1954, mentre tutti gli altri diritti sono ben al di là di venire? Ma è proprio grazie alle mistificazioni degli argomenti storici che alla fine emergono i contenuti che sono, a parer nostro, più preoccupanti, e che possono essere sintetizzati nello slogan "volemo tornar" che tanto spesso viene citato in queste rassegne, e sui quali contenuti ritorneremo, per un approfondimento, in un prossimo articolo.
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NEGAZIONISTA!
Negazionista, ecco la parola chiave. Il nuovo diavolo, il nuovo fantasma che corre l'Europa, il mondo; altro che nichilista, bolscevico, anarco-insurrezionalista: ora la reazione ha trovato un nuovo termine per criminalizzare chi non si omologa alla "vulgata di regime". Negazionista delle foibe, mi hanno definita (non solo me, peraltro, sono in poca, ma buona compagnia). Ma io, cosa avrei negato, alla fine dei conti? Non ho negato che vi siano stati "infoibamenti" in Istria nel settembre 1943. No, ho semplicemente citato i documenti che dimostrano che gli "infoibati" non sono stati "migliaia" ma circa trecento e non più di cinquecento. Le fonti? Il rapporto del maresciallo Harzarich, che operò i recuperi, una lettera del federale fascista dell'Istria Bilucaglia dell'aprile 1945. Ho "negato", questo sì, che vi siano le prove delle efferate torture e violenze carnali che vengono attribuite ai partigiani nei confronti degli "infoibati". Ho negato che il capo di don Tarticchio sia stato circondato da una corona di spine e che i suoi genitali gli siano stati messi in bocca, perché il rapporto del recupero della sua salma non fa parola di tutto ciò: ma non ho mai "negato" che don Tarticchio sia stato gettato in una foiba. Non ho neppure negato che Norma Cossetto sia stata gettata in una foiba, ho solo detto che il rapporto del recupero della sua salma non parla di alcuna traccia di violenza, come quelle che vengono descritte dai libri (non ultimo quello di Frediano Sessi). Ho negato, questo sì, che i racconti di Udovisi e Radeticchio, che sostengono di essere sopravvissuti alla foiba, siano attendibili: anche perché ambedue descrivono la stessa vicenda, praticamente con le stesse parole, però Udovisi racconta di avere salvato Radeticchio, mentre Radeticchio dichiara che Udovisi è morto nella foiba. Ho negato che siano attendibili: mi si dimostri il contrario e tornerò sulle mie opinioni. Ho negato che a Basovizza siano state "infoibate" centinaia o migliaia di persone: l'ho negato perché dai documenti (fonte militare angloamericana e archivio del Comune di Trieste) risulta che la foiba è stata più volte svuotata, però negli archivi dei cimiteri cittadini non c'è traccia di questi recuperi e delle relative inumazioni. Ho posto dei dubbi, ho chiesto che si esplorasse il pozzo: nessuno lo vuole fare perché le cose devono restare così come sono, non c’è posto per le obiezioni. Allora si dice che io non rispetto i morti, solo perché sostengo (prove alla mano) che non sono morte tante persone come si dice. Perché ho trovato che negli elenchi degli "infoibati" sono stati inseriti anche caduti partigiani o persone che proprio non erano morte, indipendentemente dal ruolo che avevano ricoperto sotto il nazifascismo. Marco Pirina, che ha inserito tra gli "infoibati" tanti vivi e tanti martiri della Resistenza, o il compianto Gaetano La Perna, che ha indicato come "ucciso dagli jugoslavi" anche il questore di Fiume Palatucci, morto in un lager nazista, loro li rispettano i morti, invece? Ma io sono "negazionista" perché mi permetto di dire che sulla questione delle foibe sono state dette tante falsità e che queste falsità sono diventate una "leggenda metropolitana", un "mito", che viene usato a scopo anticomunista, antipartigiano e soprattutto in funzione razzista contro i popoli della ex Jugoslavia, soprattutto Sloveni e Croati. E dato che dico questo, mi si vuole impedire di parlare, attribuendomi affermazioni che non ho fatto e stravolgendo le cose che ho detto. "Calunniare, insudiciare, ammazzare sono i metodi del fascismo", ha scritto il cattolico Robert Merle. Spero caldamente che non siamo ancora arrivati al fascismo completo, perché i primi due metodi li stiamo vivendo del tutto, in questi giorni del "ricordo" di febbraio 20076. Ma, come diceva a suo tempo un alto funzionario dello Stato, c'è un'unica cosa da fare: Resistere, Resistere, Resistere.
http://www.carmillaonline.com/archives/2007/02/002140.html#002140
31 Dicembre 2008
di Maurizio Matteuzzi
su Il Manifesto del 31/12/2008
Se l'1 gennaio 1959 - 50 anni fa domani - la rivoluzione cubana non avesse vinto non ci sarebbe stato il rinascimento democratico e progressista dell'America latina di questo primo decennio del 2000. Se non ci fosse stato l'«anti-democratico» Fidel Castro, oggi non ci sarebbero i Chavez, i Morales, i Correa - i «radicali» - ma neanche i Lula, i Kirchner, i Lugo - i «moderati» - e forse neppure i Vazquez e Bachelet - i pallidissimi. Senza i 50 anni della rivoluzione cubana l'America latina sarebbe sicuramente diversa e peggiore. E probabilmente anche l'Africa meridionale sarebbe diversa se nel '75 non fosse partita l'Operazione Carlotta e gli «internazionalisti» cubani non avessero fermato l'avanzata su Luanda delle truppe del Sudafrica segregazionista. CONTINUA | PAGINA 8 Se non fosse stato per la guerriglia della Sierra Maestra e per gente come Fidel, il Che e Camilo Cienfuegos, Cuba sarebbe ancora, in forme diverse, meno anacronistiche e più «democratiche» che nel primo mezzo secolo di «indipendenza», il casinò e il casino degli Stati uniti. In questi 50 anni Cuba è sopravissuta a 10 presidenti Usa (in attesa di capire cosa farà l'undicesimo), al collasso del Urss e del socialismo reale, alla guerra del crociato Wojtyla contro il comunismo, al blocco economico-politico imposto da Washington. La popolazione cubana ha pagato prezzi pesantissimi in termini di vita materiale e di libertà individuali. Ma Cuba e la sua rivoluzione hanno retto offrendo un inestimabile esempio di resistenza e di dignità negli anni in cui tutto sembrava perduto (non solo) in America latina. Fidel allora sostenne - in molti casi quasi da solo - alcune delle posizioni che hanno poi portato alla «rinascita» della storia. Quando diceva che il debito estero è impagabile e (soprattutto) illegale o che il neo-liberismo selvaggio e il folle turbo-capitalismo speculativo portavano alla catastrofe economica e all'implosione dell'umanità. Quando rispondeva alle non infondate accuse di comprimere i «diritti umani», individuali e politici, includendo e contrapponendo altri «diritti umani», sociali e collettivi, generalmente misconosciuti (salute, istruzione, inclusione). Inevitabilmente caduto il muro di Berlino, (anche) Cuba ha contribuito a far cadere il muro del capitalismo neo-liberista. I costi sono stati, e sono, alti. Qualcuno dice troppo alti. La rivoluzione non è un pranzo di gala e la rivoluzione cubana non ha fatto eccezione. 50 anni dopo la rivoluzione a Cuba c'è - inutile negarlo - stanchezza, frustrazione, disincanto, corruzione. L'economia che non funziona, la casa, i trasporti, l'alimentazione, i salari ridicolmente bassi sono l'altra faccia delle conquiste sociali che la rivoluzione ha garantito. Finché c'era Fidel il suo carisma poteva forse tenere in equilibrio questi due piatti della bilancia. Ma ora, uscito di scena lui, il precario equilibrio rischia di saltare e di far cadere l'isola ribelle nelle mani di quelli da cui la rivoluzione l' ha liberata 50 anni fa. Il blocco economico e l'incessante attività di destabilizzazione delle amministrazioni Usa (unica parziale eccezione, finora, quella di Carter) hanno pesato e pesano. Ma possono spiegare tutto? Possono spiegare perché Cuba non riesce a rompere il micidiale binomio «dissidenti-uguale-mercenari» (e alcuni di loro di certo lo sono)? Interrogativi che dopo 50 anni Cuba deve porsi e si devono porre gli amici della rivoluzione cubana (come noi). Gli amici non ciechi. La rivoluzione ha 50 anni e il socialismo cubano deve reinventarsi perché «perfezionarsi» forse non basta più (e i «modelli» tipo quello cinese o vietnamita non sembrano di grande aiuto). Dopo che Fidel ha governato per quasi tutto lo scorso mezzo secolo - troppo anche per un lider maximo qual è stato lui - Raul ha lanciato segnali e suscitato speranze di riforme e rinnovamento. Ma dopo un anno si vedono solo alcuni passi mentre s'intravvede con sempre maggiore chiarezza una contrapposizione crescente con l'ex comandante en jefe convertitosi in lucido e implacabile redactor en jefe. Raul, poco carismatico ma più pragmatico, sa che se non si muove (politicamente) muore. Ma sa che se si muove il rischio è che salti tutto per aria. Ora si apre l'era dell'afro-americano Obama. Un nuovo capitolo, l'undicesimo, di una storia infinita. Un'occasione e un rischio per entrambi e a patto che entrambi non sollevino solo cortine di fumo. Che Raul, e chi gli succederà, sia fermo ma duttile (ossimoro solo apparente) e che Obama non si riveli un altro Kennedy o un altro Clinton, due presidenti con tanto charme e tanto veleno nella coda (blocco economico, Baia dei porci, legge Torricelli, legge Helms-Burton...). Per Cuba, per l'America latina, per un mondo che non vuole più essere unipolare, per tutti gli amici della piccola-grande isola ribelle, bisogna augurare e augurarsi che dopo 50 anni il futuro della rivoluzione non sia deciso a Washington ma all'Avana.
22 Dicembre 2008
di Yassir Goretz su http://www.sinistracomunista.it
La polemica che si è aperta in Rifondazione Comunista, per quanto riguarda il muro di Berlino che dovrebbe essere raffigurato sulla tessera dei Giovani Comunisti, più che scandalizzarmi mi riporta a ricordare i miei primi anni d'infanzia che ho vissuto in Germania. Per me, che vivevo in un piccolo paese della Germania Federale, per l'esattezza a Bendorf vicino Coblenza. Il muro mi ha accompagnato per tutta l'infanzia, come l'anticomunismo di cui sono stato vittima io e tutta la mia famiglia. I miei genitori, entrambi comunisti e militanti del DKP (il partito comunista tedesco) hanno dovuto fare i conti con il berufsverbot, cioè il divieto per i comunisti di lavorare negli enti statali. Per strada io ero il figlio dei comunisti, la nostra casa era continuamente sorvegliata dalla polizia, anche parenti lontani che non erano comunisti, hanno subito ricatti e intimidazioni solo per il fatto che mio padre era un dirigente del DKP. Troppe volte arrivava per i miei genitori un licenziamento "politico" anche dalle fabbriche dove lavoravano come operai. Quel muro, ha ragione Paolo Persichetti è stato e rappresentava comunque una sconfitta e l'incapacità di reggere il confronto aperto. ( A proposito di confronti, vorrei far notare a Persichetti, ex brigatista, che mentre lui oggi puo' dare a noi lezioni come portatori di "autoreferenzialità organizzativa su vuote pulsioni identitarie", i suoi paralleli compagni brigatisti tedeschi, Ulrike Meinhof prima e Andreas Baader, Gudrun Eislinn e Jon Carl Raspe dopo, vennero suicidati nel carcere di Stammheim, in quella Germania libera e democratica.) Me lo ricordo bene, sia prima che dopo, il muro. Prima i bambini dell'est ci chiedevano se era vero che noi avevamo tutto e di più, ci rubavano i jeans di marca e i giocattoli della Mattel. Dopo il crollo del muro quando Kohl pareggio il marco dell'ovest con il marco dell'est, la prima cosa che fecero i tedeschi "liberati", era invadere i negozi e comprare di tutto, ma con la convinzione che tanto avrebbero continuato a mantenere i diritti sociali, il lavoro, la casa, l'educazione e naturalmente tantissimi soldi. Come hanno potuto vedere dalla serie televisiva DALLAS che in quel periodo andava tanto di moda. Come i primi Albanesi che sono arrivati sulle nostre spiagge convinti di trovare in Italia quello che loro hanno visto in televisione sulla Rai, dove basta una telefonata per vincere milioni. Anche per loro, in particolare per le donne, si sa come è andata a finire, buttati su un marciapiede oltre il muro delle nostre periferie, oppressi e ricattati dalla nostra criminalità organizzata. Nella Germania "liberata" o meglio "occupata", il sogno, come sappiamo tutti, è finito nell' arco di due settimane, sono cominciate le prime chiusure delle fabbriche, i primi licenziamenti, la casa non te la da più lo stato e la disoccupazione non è più un reato. La scuola, dall'asilo all'università non è più gratuita, il nido nel tuo posto di lavoro come era ovvio non esiste più e per tanto come donna, dopo quella data fai di colpo 20 anni indietro. Sono liberi ora, di comprare i jeans e i giocattoli di marca, ma aimè come noi, devono scegliere, se comprare il jeans di marca, o il libro di testo per tuo figlio che deve studiare. Ora quando torno in Germania, amici e parenti, non comunisti mi dicono, che se dipendeva da loro il muro lo avrebbero alzato di altri due metri, che non se ne può più, di questi tedeschi dell'est che vengono qui a rubare il lavoro insieme ai turchi, i russi e tutta quella marmaglia. Ma anche dall'altra parte ho sentito gli stessi discorsi, quando sono capitato a Rostock , nell' agosto del 1992, proprio quando centinaia di squadristi neonazisti, attaccarono per cinque notti consecutive un ostello di profughi vietnamiti. Negli anni successivi una serie di attacchi, ricordo ancora quello del 1993 quando due bambine e una donna turca vengono bruciate vive nella loro casa da un gruppo di nazi skin e una serie di sinagoghe ebraiche vennero danneggiate. Ho capito allora, che da un muro di pietra si è alzato un muro peggiore, fatto di intolleranza e non sarà facile abbatterlo con qualche picconata. Detto questo non mi sento un guardiano delle macerie e rispetto l'autonomia dei giovani comunisti, ma mi chiedo cosa rappresenta per questi giovani il muro di Berlino? e per quale motivo visto che nel mondo dal '91 ad oggi sono stati innalzati tanti altri muri, come a Gaza o tra gli Stati Uniti e il Messico, si è scelto quello di Berlino? Non sarà invece che per questi giovani che in maggioranza fanno parte di un progetto di superamento di Rifondazione Comunista, sconfitto per fortuna all'ultimo congresso, vedono nell'immagine del muro di Berlino un gabbia che li trattiene in un Partito che ancora si definisce comunista? Se è così, allora io non sarò un guardiano che li trattiene e li obbliga a restare, farei uno sbaglio a frenare i loro sogni più improbabili, verso l'altra parte.
10 Dicembre 2008
E' stata aperta una sezione della videogallery dedicata ai Partigiani (cliccate qui per poterla consultare)
27 Ottobre 2008

di Stefano Cristiano *
su Liberazione del 26/10/2008
All'alba del 12 Agosto del 1944 reparti delle SS, accompagnati da spie fasciste, piombarono nel piccolo borgo di Sant'Anna di Stazzema trucidando a sangue freddo 560 persone, soprattutto donne anziani e bambini. Grazie anche alla scoperta nel 1994 in uno scantinato di Palazzo Cesi (sede della procura generale militare a Roma), del cosiddetto Armadio della Vergogna, che nascondeva da 40 anni documenti fondamentali per ricostruire dinamica e responsabilità delle stragi nazi-fasciste, il tribunale di La Spezia ha condannato all'ergastolo nel 2005 (con sentenza confermata in appello nel 2006 e in Cassazione nel 2007) 10 ex SS responsabili del massacro. Per anni l'eccidio di Sant'Anna è rimasto sconosciuto ai più, nascosto dietro il muro di gomma della nostra democrazia, lo stesso muro su cui rimbalzano inesorabilmente i tentativi di individuare responsabilità politiche e materiali delle stragi di stato. Oggi il massacro è tornato agli onori della cronaca "grazie" al film di Spike Lee motivato più che dalla ricerca storica, dalla narrazione di una vicenda in gran parte lontana dalla verità processuale. Ciò che indigna profondamente, non è tanto il film "Miracolo a Sant'Anna", quanto una serie di considerazioni inquietanti. Mi domando: perché in tutti questi anni nessun celebrato regista nostrano ha mai diretto un film su quell'evento così tragico? Perché dopo aver inondato la nostra Tv di "fiction" sulle biografie di papi, suore, prelati, carabinieri, poliziotti, santi poeti e navigatori, nessuno ha mai pensato di raccontare quella, come altre analoghe vicende? Perché il libro il "Sangue dei vinti" di Pansa sta per diventare un film, mentre l'eccidio di 560 persone trucidate da nazi-fascisti spietati, è rimasto chiuso nell'armadio delle nostre coscienze prima che in quello della procura generale militare? Questo a mio avviso è il cuore del problema, e la risposta credo sia drammaticamente ovvia. Perché lo smantellamento definitivo della Costituzione repubblicana nata dalla Resistenza antifascista, la Costituzione che ha creato le fondamenta per una democrazia avanzata, che grazie al contributo determinante delle forze democratiche uscite vittoriose dal ventennio fascista, con in testa il Pci, ha garantito diritti e tutele sociali ai lavoratori del nostro Paese, deve essere cancellata, e per farlo, per completare l'opera di restaurazione di un regime autoritario, si deve rimuovere ogni traccia di quella che è stata la vera religione civile del nostro Paese: la Resistenza e la lotta contro il nazi-fascismo. E i frutti di questo lungo lavoro li stiamo vedendo: oggi autorevoli esponenti del Prc definiscono "indicibile" l'aggettivo comunista e propongono un superamento della nostra organizzazione, e contestualmente un numero sempre più grande di giovanissimi che frequentano scuole, stadi, luoghi di svago ostentano senza pudore slogan, simboli e soprattutto cultura e ideologia che si rifanno al fascismo; oggi si tende a considerare con una qual benevolenza quei giovani che, abbracciando la Repubblica di Salò, avevano fatto una scelta sbagliata ma erano comunque mossi da forti ideali, contrapponendoli ai feroci partigiani (rossi) che finita la guerra sarebbero scorrazzati per le valli del centro nord, a consumare con freddezza e ferocia vendette o omicidi politici; oggi in un quartiere popolare della mia città, Pistoia, non riusciamo a rianimare uno storico circolo Arci, per altro dall'evocativo nome "1° Maggio", e a poche decine di metri apre "Casa Pound" con un numero preoccupante di giovani tesserati. La scelta quindi di convocare il primo Comitato regionale toscano del Prc a Sant'Anna di Stazzema non risponde semplicemente ad un seppur nobile afflato storico-identitario, ma vuole dare il senso di un Partito che ricomincia a farsi carico dell'iniziativa sociale e di quella ideale e culturale, cogliendo fra questi due elementi un nesso imprescindibile, perché è innegabile che il progressivo arretramento della sinistra sul versante delle conquiste sociali e dei diritti, sia stato accompagnato, per non dire favorito, dal contestuale arretramento sul versante dell'identità culturale e politica. Infatti molti ragazzi che si avvicinano alla politica non chiedono semplicemente di imparare a gestire l'esistente, ma sono anche alla ricerca di senso, di prospettive ideali che vadano oltre il contingente, vogliono sentirsi parte di un progetto politico di trasformazione della società. Ecco quindi che la ricostruzione di un nuovo mutualismo per la rigenerazione di una rete solidaristica ormai sfilacciata, la ricostruzione di occasioni di lotta e vertenze territoriali, rischiano di essere inefficaci ed episodici se non sostenuti da una profonda motivazione ideale e dalla convinzione di appartenere ad una storia fatta di drammi e successi, di sogni e incubi, ma comunque di una storia grandiosa che dalla Comune di Parigi alle rivoluzioni del 900, alla lotta al nazifascismo, alla battaglia contro il colonialismo, fino alle conquiste degli anni 60 e 70, è una storia di riscatto dei soggetti sociali più deboli. Ed è su questo ceppo che possono rifiorire i rami un po' secchi di tutta la sinistra.
*segretario regionale Prc Toscana
13 Febbraio 2008
11 Febbraio 2008
di Enzo Collotti
su Il Manifesto del 10/02/2008
Degli ebrei libici aveva parlato Renzo De Felice nei suoi studi sul fascismo e l'oriente mediterraneo, quando il fascismo pensava di sfruttare in funzione antiinglese l'influenza economica e commerciale delle colonie di ebrei italiani (specie quelli di Alessandria d'Egitto) insediate sulle rive del Mediterraneo. Un tentativo che naufragò ben presto con la svolta della guerra d'Africa, che fece rischiare lo scontro diretto con l'Inghilterra, e soprattutto con la svolta razzista della campagna contro gli ebrei a partire dal 1938. Personalmente mi sono imbattuto nella presenza degli ebrei libici (in parte cittadini inglesi, in parte cittadini italiani) nei campi di concentramento in Italia nel corso delle ricerche, dalla metà degli anni Novanta del secolo scorso, effettuate dal gruppo di lavoro sugli ebrei in Toscana da me coordinato, che individuò tra gli internati dei campi di Villa Oliveto (a Civitella della Chiana, in provincia di Arezzo) e di Bagno a Ripoli (in provincia di Firenze) numerosi ebrei provenienti dalla Libia.
Fonti scarse e frammentarie
L'episodio smentiva la vulgata dei razzisti nostrani secondo la quale gli italiani non avrebbero mai deportato nessuno, se prima di abbandonare la Libia e la Tunisia in seguito alla sconfitta militare erano stati in grado di trascinare in Italia un contingente non esiguo di ebrei libici. Al di là dell'indeterminatezza del loro numero, rimanevano da capire le ragioni di quel trasferimento coatto: l'ipotesi più plausibile era che si trattasse di ostaggi o di merce di scambio (siamo nella primavera del 1943 per eventuali trattative con gli inglesi).
Per quanto incerta rimanga, quell'ipotesi viene in parte convalidata dalla prima ricerca in qualche modo approfondita relativa alle conseguenze delle leggi razziali nella colonia libica che ci consegna ora Eric Salerno (Uccideteli tutti. Libia 1943: gli ebrei nel campo di concentramento fascista di Giado. Una storia italiana, Il Saggiatore 2008, pp. 238, euro 17). Eric Salerno non è nuovo a questo tipo di ricerche avendo fra l'altro all'attivo un libro sulle atrocità della conquista coloniale e della repressione italiana in Libia tra il 1911 e il 1931 (Genocidio in Libia, Manifestolibri 2005).
Abbiamo detto che questo nuovo libro è uno studio «in qualche modo approfondito» e non certo esauriente e tanto meno definitivo, come è consapevole per primo l'autore, per il semplice fatto che la scarsità e la frammentarietà delle fonti - pochissime le testimonianze reperibili oggi, altrettanto dispersa la documentazione tra archivi italiani, israeliani e libici in primo luogo - non consentono di andare al di là di una prima preziosa ricostruzione di un caso esemplare, la vicenda del campo di concentramento di Giado, centoottanta chilometri a sud di Tripoli nel deserto del Gebel, dove a partire dal maggio del 1942 furono rinchiusi 2527 ebrei libici, trasferiti in primo luogo dalla Cirenaica, ossia dall'area all'epoca più soggetta ai cambiamenti di fronte nel corso delle operazioni militari tra gli inglesi e le forze dell'Asse. Da lì almeno una parte fu poi trasferita in Italia per cadere dopo l'8 settembre del 1943 nelle mani dei tedeschi, che a loro volta li spedirono generalmente a Bergen Belsen, il lager speciale destinato fra l'altro a scambio di detenuti (ma di non pochi libici si sa che finirono ad Auschwitz).
Il trasporto degli ebrei libici in campo di concentramento fu la conclusione del tormentato rapporto fra il dominio italiano e la comunità ebraica della Libia. In particolare la convivenza degli ebrei tripolini con gli arabi e il loro ruolo nelle attività commerciali e artigiane non creò gravi conflitti con l'amministrazione fascista che sino all'entrata in vigore in Italia delle leggi sulla razza fu improntata a una moderazione suggerita dal governatore Balbo, salvo qualche episodio come la fustigazione dei negozianti ebrei che non volevano ottemperare all'ordine di tenere aperte le botteghe il sabato. Le disposizioni del 1938 per gli ebrei cittadini italiani furono ulteriormente inasprite per quelli residenti in Libia con norme legislative del 9 ottobre 1942, quando la presenza italiana in Libia vacillava sotto l'urto dell'offensiva inglese.
Una crudele repressione
Giado fu il principale di una serie di campi specificamente destinati agli ebrei. Salerno ne ha percorso la storia ricercando anche sul posto le tracce di ciò che rimane di questo luogo di detenzione tra le sabbie del deserto, «un pezzo - scrive - poco glorioso della storia coloniale italiana», perché qui si sommavano le nefandezze di una duplice infamia, quella coloniale e quella razzista antiebraica. Il vecchio ascaro che gli fa da guida alla visita dei resti gli addita il posto dove finivano le spoglie delle vittime: «La gente moriva nel campo e gli ebrei venivano sepolti qui». Perché la fame, gli stenti, i maltrattamenti, la calura, l'epidemia di tifo fecero strage dei detenuti di Giano: ne morirono più di cinquecento, ma di soli ottantasei morti si conoscono i nomi, uomini, donne, bambini, riportati nell'appendice del libro.
Un risultato che certo premiò gli sforzi di quei fanatici gerarchi che avevano invocato una «decisa politica razziale» anche nelle colonie dove a operare non erano i tedeschi ma gli italiani, a cominciare dalla Pai (la Polizia Africa italiana), dai militi fascisti e dalle unità militari; e qui, a detta dei pochi testimoni superstiti, «gli italiani fascisti (...) si comportavano come i tedeschi». Via via che la guerra in Nordafrica volgeva al peggio la repressione contro gli ebrei assumeva le forme più gratuite e crudeli: si moltiplicavano le accuse contro l'attività occulta e affaristica degli ebrei, secondo i più consumati stereotipi dell'antisemitismo, tornarono le esecuzioni capitali esemplari questa volta a carico degli ebrei, si praticò il lavoro forzato per gli ebrei in faticose opere stradali. Nell'andirivieni degli opposti eserciti in Cirenaica, si punirono come traditori gli ebrei che avevano accolto gli inglesi come liberatori. Nel febbraio del '42 Mussolini in persona, immemore dell'accoglienza che nel 1937 gli era stata tributata in Libia dalla comunità ebraica, diede disposizioni per la loro evacuazione dalla Cirenaica e dalla Tripolitania, prevedendo già l'«eventuale trasporto degli internati in Italia».
Sollevando il velo di oblio che copriva questa pagina poco nota Eric Salerno ci indica una ulteriore connessione nella ragnatela di implicazioni prodotte dalla persecuzione razziale, una via difficile da percorrere anche per studiosi provetti, e tuttavia suscettibile di fornire altri dettagli alla fenomenologia di questo particolare tipo di repressione in cui anche il più infimo gerarchetto si gonfiava il petto di arroganza razziale. Al di là del coinvolgimento diretto dalla Libia nell'area applicativa delle leggi razziali, l'autore richiama un episodio già ricostruito da Spartaco Capogreco nel suo libro su Ferramonti. Si tratta dell'arrivo a Bengasi nella primavera del '40 di trecento ebrei, per lo più tedeschi e austriaci profughi dai paesi della persecuzione nell'Europa centro-orientale, che dovevano fare sosta nel porto libico per proseguire presumibilmente verso l'emigrazione clandestina in Palestina. Ma dopo l'entrata in guerra dell'Italia, il 10 giugno, i profughi furono arrestati e la prosecuzione verso la loro meta impedita. Furono rispediti con un piroscafo italiano che affrontò le insidie di un Mediterraneo in guerra e dopo altre peripezie sul suolo italiano alla fine di settembre arrivarono via terra a Ferramonti. La Libia dunque non era servita neppure come territorio di transito per facilitare la via di fuga a ebrei braccati da nazisti e fascisti.
Oltre il filo spinato
Dalle testimonianze raccolte da Eric Salerno risulta che a Giado vi fu forse anche qualche tedesco, «ma la maggioranza erano fascisti in camicia nera, carabinieri italiani, ascari libici», a guardia dei deportati rinchiusi dentro un reticolato di filo spinato. Il campo non era certo un istituto di beneficenza. «La polizia italiana era crudele» annota un testimone. Ancora non si sa bene come avvenne il trasporto degli ebrei libici dai campi di concentramento in Libia a quelli in Italia. Sappiamo solo che non fu un passaggio indolore se dopo l'8 settembre un numero cospicuo dei trasferiti in Italia (forse la maggioranza?) finì nelle mani dei tedeschi e per molti di loro la minaccia di essere uccisi, che li aveva accompagnati sin dall''internamento in Libia, divenne realtà quando, consegnati dagli italiani ai tedeschi, finirono i loro giorni a Auschwitz.
Un puntuale confronto dei nominativi raccolti da Salerno con i dati del Libro della memoria del Cdec ci darebbe la riprova di questo tragitto dalla Libia ad Auschwitz, davvero una «storia italiana», che Salerno ha fatto bene a riesumare perché non rimanga sepolta dal diniego di memoria di cui è capace questo nostro schizofrenico paese.
08 Febbraio 2008
Il 6 aprile 1941 l'esercito italiano e quello nazista invasero la Jugoslavia. La Slovenia viene smembrata fra Italia (il territorio che diventa provincia di Lubiana) e Germania. Per quanto riguarda la Croazia il 18 maggio Aimone di Savoia, diventa re di Croazia, con il collaborazionista Ante Pavelic come primo ministro.
Le prime formazioni partigiane slovene iniziarono la loro azione nel luglio 1941, con effettivi molto limitati (vengono successivamente indicate in 8-10 mila). Il primo tentativo di annientamento del movimento di liberazione jugoslavo, con un'azione congiunta italo-tedesca, viene realizzato nell’ottobre 1941. Esso termina con un totale fallimento, malgrado l’uso sistematico del terrorismo verso le popolazioni civili, le stragi e la distruzione, le rappresaglie feroci verso i partigiani e le loro famiglie (solo a Kragulevac, furono fucilate 2300 persone).
Con l'inasprimento della lotta, i nazifascisti tentano una seconda grande offensiva, con 36.000 uomini. Scarsi risultati, moltissime vittime. I partigiani riescono a sfuggire al tentativo di accerchiamento.
La terza grande offensiva si svolge dal 12 aprile al 15 giugno 1942, sotto la direzione del generale Roatta. Ancora una volta grandi perdite, stragi e distruzioni: non viene raggiunto l'obiettivo di annientamento.
Intensificazione delle azioni contro guerriglia in Slovenia da parte delle forze del XI^ Corpo d'Armata (quattro Divisioni italiane, con l'aggiunta dei fascisti sloveni della "Bela Garda" (Guardia Bianca). Sempre feroci le azioni di terrorismo contro i civili e la deportazione delle popolazioni di intere zone, senza distinzioni di sesso e di età.
Bilancio delle vittime slovene in 29 mesi di terrore fascista, nei 4.550 Km quadrati di questo territorio:
Ostaggi civili fucilati .............................… n. 1.500
Fucilati sul posto........................................ n. 2.500
Deceduti per sevizie.................................. n. 84
Torturati e arsi vivi……………………… n. 103
Uomini, donne e bambini morti nei campi
di concentramento……………………..… n. 7.000
Totale ………………………………… n. 13.087
In Slovenia, già dall’ottobre del 1941, il tribunale speciale pronuncia le prime condanne a morte, il mese dopo entra in funzione il tribunale di guerra. La lotta contro i partigiani, che diventano una realtà in continua espansione, si sviluppa nel quadro di una strategia politico-operativa rivolta alla colonizzazione di quei territori. Con l’intervento diretto dei comandi militari italiani la politica della violenza si esercita nelle più svariate forme: iniziano le esecuzioni sommarie sul posto, incendi di paesi, deportazioni di massa, esecuzioni di ostaggi, rappresaglie sulle popolazioni a scopo intimidatorio e punitivo, saccheggiamento dei beni, setacciamento sistematico delle città, rastrellamenti… prende corpo il progetto di deportazione totale della popolazione, con il trasferimento forzato degli abitanti della Slovenia, progetto che i comandi discutono con Mussolini in un incontro a Gorizia il 31 luglio 1942 e che non si realizza solo per l’impossibilità di domare la ribellione e il movimento partigiano. Nel clima di repressione instauratosi con l’occupazione militare nel territorio jugoslavo, per il regime fascista nasce inevitabilmente l’esigenza di creare delle strutture per il concentramento di un gran numero di civili, deportati da quelle regioni.
In una lettera spedita al Comando supremo dal generale Roatta in data 8 settembre 1942 (N. 08906), viene proposta la deportazione della popolazione slovena. "In questo caso scrisse si tratterebbe di trasferire al completo masse ragguardevoli di popolazione, di insediarle all'interno del regno e di sostituirle in posto con popolazione italiana".
I campi di concentramento e deportazione italiani furono almeno 31 (a Kraljevica, Lopud, Kupari, Korica, Brac, Hvar, ecc.), disseminati dall'Albania all'Italia meridionale, centrale e settentrionale, dall'isola adriatica di Arbe (Rab) fino a Gonars e Visco nel Friuli, a Chiesanuova e Monigo nel Veneto. Solo nei lager italiani morirono 11.606 sloveni e croati. Nel lager di Arbe (Yugoslavia) ne morirono 1.500 circa. Vi furono internati soprattutto sloveni e croati (ma anche "zingari" ed ebrei), famiglie intere, vecchi, donne, bambini.
A Melada (Zara) in Dalmazia, il 29 giugno 1942 arrivò il primo trasporto, composto da 76 uomini, 103 donne e 44 bambini. In breve, le presenze nel campo salirono a 1.320 persone. In data 15 agosto 1942 erano rinchiusi nel campo 1.021 donne, 866 uomini e 450 bambini, di cui 10 nati nel campo. Molti dei prigionieri vennero via via trasferiti in Italia, alle Fraschette di Alatri in particolare. Il maggior numero di presenze si registrò, al netto dei trasferimenti, il 29 dicembre 1942 con 2.400 prigionieri. Il campo cessò la sua attività il 9 settembre 1943. Le stime dei ricercatori e degli storici valutano in circa 10.000 il totale dei prigionieri passati per Melada, con un numero di morti pari a 954. In questo totale non è possibile sapere se sono compresi i 300 fucilati quali ostaggi.
Altri campi furono organizzati a Mamula e Prevlaka, nel Cattaro, e a Zlarino (Zara).
E’ certo, tuttavia, che il campo più tristemente famoso fu quello di Arbe (Rab), nell’isola omonima, ove alla fine del giugno 1942, dopo aver evacuato forzosamente gli abitanti delle case della zona scelta per l’insediamento del campo, dopo aver allargato una strada, i soldati italiani diedero il via all’installazione di circa mille tende, ciascuna da sei posti.
A proposito ecco un documento del 15 dicembre 1942, in quella data l'Alto Commissariato per la Provincia di Lubiana, Emilio Grazioli, trasmise al Comando dell'XI Corpo d'Armata il rapporto di un medico in visita al campo di Arbe dove gli internati "presentavano nell'assoluta totalità i segni più gravi dell'inanizione da fame", sotto quel rapporto il generale Gastone Gambara scrisse di proprio pugno: "Logico ed opportuno che campo di concentramento non significhi campo d'ingrassamento. Individuo malato = individuo che sta tranquillo".
Sempre nel 1942, il 4 agosto, il generale Ruggero inviò un fonogramma al Comando dell'XI Corpo in cui si parlava di "briganti comunisti passati per le armi" e "sospetti di favoreggiamento" arrestati, in una nota scritta a mano il generale Mario Robotti impose; "Chiarire bene il trattamento dei sospetti, cosa dicono le norme 4C e quelle successive? Conclusione: si ammazza troppo poco!".
L'ultima frase è sottolineata, il generale Robotti alludeva alle parole d'ordine riassuntive del generale Mario Roatta, comandante della II Armata italiana in Slovenia e Croazia (Supersloda) il quale nel marzo del 1942 aveva diramato una Circolare 3C nella quale si legge:
"Il trattamento da fare ai ribelli non deve essere sintetizzato dalla formula dente per dente ma bensì da quella testa per dente".
E infatti furono migliaia i civili falciati dai plotoni di esecuzione italiani, dalla Slovenia alla "Provincia del Carnaro", dalla Dalmazia fino alle Bocche di Cattaro e Montenegro senza aver subito alcun processo, ma in seguito a semplici ordini di generali dell'esercito, di governatori o di federali e commissari fascisti.
http://www.romacivica.net/anpiroma/deportazione/deportazionecampi1.htm
07 Novembre 2007

di Claudio Grassi e Simone Oggionni
su Liberazione del 07/11/2007
La notte tra il 6 e il 7 novembre del 1917 i bolsevichi occuparono le centrali del potere zarista: i ministeri, le banche, le stazioni ferroviarie, i telegrafi. La mattina seguente, mentre Kerensky era in fuga verso il fronte a bordo di un’automobile dell’ambasciata statunitense, le guardie rosse entrarono vittoriosamente nel Palazzo d’Inverno. Sono passati, da quel giorno, esattamente novant’anni. E, come sempre accade negli anniversari dei grandi eventi, la politica è chiamata ad esprimere giudizi e compilare bilanci. Il più delle volte si tratta di giudizi e bilanci sommari, come se la complessità della materia storica potesse essere ridotta a lineari fatterelli ai quali far corrispondere sentenze definitive. Quando ad essere chiamata in causa, poi, è l’esperienza del comunismo novecentesco, la condanna è quasi sempre senza appello. Si tratta di un cumulo di tragedie ed orrori. Di una colossale macchinazione criminale che, come ed insieme al nazismo, ha precipitato l’umanità sull’orlo della barbarie. Il corollario di questo assunto è noto: chi lo contraddice è sovversivo e anti-democratico e, perciò, giuridicamente da perseguire. Come è accaduto di recente in Repubblica Ceca, come l’on. Luca Volontè ha proposto che accada nel nostro Paese, rendendo anti-costituzionale “l’apologia di comunismo”. Oltre che rigettare questo odioso revisionismo, vorremmo però sottrarci – in questo conciso ricordo della Rivoluzione d’ottobre - alle semplificazioni dei bilanci storici rispetto a cui prima si metteva in guardia. Il primo elemento che ci pare, della Rivoluzione, di straordinario interesse è la sua piena internità alla storia moderna dell’emancipazione dell’essere umano. È lo stesso Lenin ad individuare la continuità essenziale tra la Rivoluzione francese (il luogo cioè della rivolta anti-assolutista del Terzo Stato), la Comune di Parigi (nella misura in cui essa è espressione del primo tentativo di auto-governo del proletariato urbano) e la Rivoluzione bolscevica. 1789, 1871 e 1917 sono tappe essenziali nel processo di emancipazione dell’uomo dalla schiavitù. Tanto sul piano del loro significato teorico-ideologico (in quanto cioè momenti decisivi della presa di coscienza delle prerogative inviolabili degli individui e delle masse), quanto sul terreno materiale dei diritti conquistati. Diritti sociali, come è ovvio, ma anche diritti civili. Pochi ricordano che due dei primissimi decreti della Russia sovietica riconobbero alla donna «il completo diritto all’indipendenza economica e sessuale» (nello spirito del «dissolvimento del modello autoritario della famiglia», per dirla con Wilhelm Reich) e, di conseguenza, il diritto al divorzio, all’aborto, nonché a fruire di una rete di assistenza sociale (dalle mense comunali alle lavanderie collettive ai nidi d’infanzia) indispensabile per trasferire concretamente alla società le funzioni di cura dei figli e della famiglia storicamente ad esclusivo carico delle donne. Ed è proprio sul terreno materiale della ricerca e della conquista dei diritti e, prima ancora, della libertà che si colloca la seconda ragione di fecondità dell’esperienza rivoluzionaria sovietica: il suo essere stata causa scatenante della effettiva liberazione dalla servitù e dal dolore della guerra di sconfinate masse di popolo. Basti pensare ai circa cento milioni di oppressi che vivevano nel 1917 nella Russia zarista, oppure alle centinaia di milioni di poveri che, in America Latina come in Africa e in Asia, ricevettero dall’Unione Sovietica, dopo la fine della seconda guerra mondiale, un aiuto decisivo nel combattere e vincere le rispettive lotte di liberazione dalle forze coloniali. Oppure, ancora, al contributo indispensabile che l’Unione Sovietica diede affinché si concludesse nel più breve tempo possibile il primo conflitto mondiale («pane e pace» invocava Lenin nel dicembre 1917) e affinché, nel secondo, venisse sconfitto (al prezzo di 20 milioni di russi caduti) il nazi-fascismo. E si pensi infine – anche se questa è invero una influenza indiretta – al sostegno che la realtà statuale che nacque dalla rottura rivoluzionaria del 1917 assicurò al movimento operaio di tutto l’Occidente, imponendo al capitalismo, laddove esso era modo di produzione dominante, di farsi garante dello sviluppo del sistema di welfare e dei diritti sociali. Ma c’è dell’altro a rendere interessante e per certi versi attuale l’Ottobre sovietico, ed è il fatto che, in esso, il progetto di conquista del potere da parte del proletariato prese corpo, per la prima volta nella storia, nella forma dell’alleanza organica tra classe operaia e classe contadina. Forzando il termine, e quindi sottacendo l’embrionalità della società civile russa, lontana dalle forme ramificate e pervasive dell’Occidente capitalistico, possiamo dire che la Rivoluzione d’ottobre tentò di far nascere un “blocco storico” e quindi, intorno ad esso, un consenso egemonico diffuso. In altre parole, la Rivoluzione mise in connessione dialettica il programma rivoluzionario (teorico) e la trasformazione delle condizioni materiali di vita delle masse (pratica) proprio nella misura in cui trascese la pur necessaria fase della violenza rivoluzionaria nel momento alto dell’adesione del popolo al governo del Paese. La concreta forma storica di questo consenso fu il Soviet e cioè, in nuce (come in Curiel e Gramsci il consiglio di fabbrica), l’autogoverno del proletariato. In questo andare della classe incontro ai propri bisogni attraverso strutture di governo “organiche” alla classe stessa sta l’ennesimo elemento di validità e vitalità dell’esperienza rivoluzionaria del 1917. Perché, allora, la parabola del socialismo reale si è interrotta? Per molte ragioni, esterne ed interne. Per l’immaturità oggettiva delle condizioni date, in una Rivoluzione fatta – come scrisse Antonio Gramsci nell’editoriale dell’Avanti! del 24 novembre 1917 - «contro il Capitale di Karl Marx» e per la sproporzione delle forze nello scontro bellico ed ideologico contro il nemico (i bisogni indotti di una società in espansione e la più devastante potenza militare del mondo). Per le degenerazioni burocratiche di un apparato statale, dagli anni Trenta in poi, sempre più sclerotizzato e sempre meno democratico, e per errori, anche gravissimi, dei gruppi dirigenti che si sono susseguiti alla guida dell’Unione Sovietica. A novant’anni da quel 7 novembre l’analisi dei meriti della Rivoluzione, così come dei meriti e anche degli errori di ciò che le è seguito, è necessaria. Ci aiuta a contrastare il revisionismo e la banalizzazione delle ricorrenze, certo. Ma – il che è ancor più stringente – ci impone di fare i conti con la nostra storia, di ragionare sugli errori per evitare di ripeterli e quindi di riflettere, sin dalle radici, sulla nostra identità culturale e politica. In fondo, accettare la sfida di rilanciare un pensiero ed una pratica comunista all’altezza dei tempi come noi vogliamo fare passa anche da qui, senza buttare, con l'acqua sporca, anche il bambino.
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